#All’ombra di Jizo: Primo Capitolo

Buongiorno! Oggi vi propongo il primo capitolo del mio nuovo romanzo All’ombra di Jizo.

Se vi siete persi la trama, i luoghi o i personaggi, ecco qua i link. Vi auguro buona lettura e grazie dell’attenzione che mi dimostrate sempre!

 

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Capitolo 1
Yokohama
Novembre 2012

 

 

La pioggia cadeva intensa, ininterrotta da quattro ore, e il vento la accompagnava come in una danza. Fredda, impertinente.
Fuori dalla piccola finestra del monolocale vedeva il tempio shintoista all’angolo della strada, riusciva persino a scorgere le due coppe di pietra alte ottanta centimetri ai lati dell’ingresso. Erano colme d’acqua piovana in cui giacevano, affogate, decine di foglie rosse cadute dagli alberi lontani, su nelle colline. Il vento le aveva accompagnate fino in città. Da quella distanza pareva che l’acqua stessa fosse rossa, tanto intenso era il colore brillante delle foglie bagnate.
Isma rilasciò la tendina blu e la stanza si velò subito, come assopita. Si guardò intorno.
Arrivata in città aveva avuto molta fretta di trovare un appartamento e non aveva fatto i conti con i prezzi esorbitanti. Ma c’erano condizioni da cui non poteva prescindere, e una di queste era la posizione: la visuale sul tempio era perfetta. Quel monolocale l’aveva preso appena dopo una sbirciata dalla finestra. Era arredato in perfetto stile tradizionale, ma con un bagno all’occidentale. E inoltre aveva trovato lenzuola e tessuti puliti e stirati al suo arrivo. La donnina che l’affittava, specificando che era il vecchio appartamento del nipote prima che partisse per l’università, doveva aver perso delle giornate intere a lavare e lucidare.
Isma aveva già in mente di chiedere un compenso più adeguato per quel lavoro, ma un lieve e onnipresente presentimento di sventura la perseguitava da quando aveva accettato. Forse anche da prima, da quando aveva ascoltato il committente e le sue ragioni. Ormai era tardi per i sentimentalismi, stava per concludere e non desiderava altro che lasciarsi tutto alle spalle.
Il cicalino del microonde la riportò alla piccola realtà, aprì lo sportello e tirò fuori la vaschetta preconfezionata. All’interno, nel brodo ustionante, galleggiavano alla deriva fili di spaghetti cinesi, una fettina di maiale sottile come carta velina, mezzo uovo sodo e un pugnetto di spinaci d’un verde brillante. Le gocce d’olio, come boe sentinelle, salivano sulla superficie del liquido ambrato. Si spandeva un profumo d’abbondanza, di calore e sale, l’aroma predominante era quello del brodo di carne, tanto forte da far arricciare il naso e leccare le labbra.
Infilò un piatto sotto la vaschetta per non scottarsi, prese le bacchette e si sistemò in equilibrio precario a gambe incrociate sul futon, che teneva perennemente disteso. Fuori, solo il grigio del temporale; dentro la stanza, una piccola televisione in bianco e nero, che doveva avere almeno trent’anni, se ne stava impettita, in qualche modo fiera della propria inadeguatezza, su un mobiletto basso di bambù.
Isma si protese ad accenderla con grazia da funambolo per non rovesciare il brodo. Un puntino bianco scoppiò al centro dello schermo e si allargò con titubanza, la televisione prendeva pochi canali e non troppo bene. Le bastò schiacciare il tastino consumato dell’avanti una volta per trovare un vecchio film, sarebbe andato benissimo.
Accostò la vaschetta alle labbra con entrambe le mani, gli occhi fissi allo schermo e iniziò a bere il liquido con soddisfazione. Se c’era una cosa che amava del Giappone era che si poteva succhiare il brodo senza vergogna. La libertà del sapore. Si leccò le labbra e con le bacchette si diede allo sfaldamento del ramen, dove ogni ingrediente è lì per simboleggiare l’Universo unito e i suoi elementi. Pensò che stavano molto meglio nella sua pancia e mangiò con la calma e la pazienza con cui era abituata a far tutto.
Era quasi arrivata a vedere il fondo della confezione, quando sentì un rumore. Qualcuno bussava alla porta. Si alzò e in pochi istanti si ritrovò davanti la padrona di casa. La donnina, novant’anni di vita sulle spalle, abbassò il braccio come se le costasse fatica. Aveva addosso una veste da casa blu, lunga e larga.
«Ah, è in casa» disse, aveva perso le speranze.
«Sì, sì.» Isma stava per aggiungere qualcosa, ma tacque.
«Pensa che si tratterrà ancora per molto tempo?»
Lo sguardo della donnina era acuto e vispo nonostante l’età avanzata, la scrutava con un misto di interesse e boria.
Si era recata dalla ragazza dopo che un tragico pensiero le era frullato per la mente tutta la mattina. In realtà aveva iniziato a tormentarla già durante la notte e l’aveva tenuta sveglia, pensierosa, lei che in novant’anni mai aveva sofferto d’insonnia. Il dilemma che le rovinava la giornata era che se il nipote fosse ritornato all’improvviso avrebbe trovato la sua casa occupata. Non ci aveva pensato quando la ragazza aveva chiesto la stanza e ora se ne pentiva. Sapeva di non poterla più cacciare via, ormai le aveva dato la sua parola. E se c’era una cosa che Maeda Etsuko in novant’anni non aveva mai fatto era tirarsi indietro davanti a una promessa, mai.
Ora rimaneva impettita davanti a lei, piena di dubbi.
«Non credo ancora per molto, signora Maeda.» Isma la osservò, inclinando la testa «Ha bisogno che le liberi la casa?»
Isma non aveva nessuna intenzione di andarsene, del resto non aveva concordato un periodo preciso quando si era trasferita lì, né la padrona le aveva imposto una tempistica. E neanche lei avrebbe potuto farlo, nemmeno volendo, le cose potevano andare per le lunghe come risolversi in fretta. Bisognava avere pazienza e aspettare, fare troppe previsioni era sempre uno sbaglio.
Il viso della donnina si trasformò come fosse creta, le arcate sopraccigliari si alzarono in mezzo alla fronte e le guance si strinsero come un’arancia spremuta, iniziò a scuotere la testa con forza.
«No, no naturalmente. Può rimanere quanto crede, ci mancherebbe. Era soltanto un interessamento, magari me l’aveva detto e io non lo ricordavo più.»
Maeda Etsuko non si era mai dimenticata niente in novant’anni, come amava lei stessa ricordare quando il figlio le faceva notare un oggetto spostato o perso. Nei rari casi in cui le capitava di dover fare la vecchietta smemorata stava al gioco soltanto per rassicurare il suo interlocutore, per pura generosità.
«Non le avevo detto nulla, no. Non so di preciso quando me ne andrò, cercherò di avvertirla con il giusto preavviso.» Isma sorrise, sperando di liberarsene.
La padrona di casa annuì appena, evidentemente poco convinta che la conversazione fosse andata come sperava. Sbirciò dentro la stanza ma notò soltanto la tv accesa e il futon aperto, anche se non era ora di dormire. Fece schioccare la lingua sul palato nudo e annuì ancora.
«Sì… sì. Addio» e riprese le sue scale, diretta all’appartamento sottostante.
Isma aspettò di vedere la crocchia tonda scomparire e chiuse la porta, un giro di chiave e si girò verso la stanza.

La sigaretta si consumava da sola, bruciata dall’aria, in bilico su una ciotola di ceramica. Isma si appoggiò alla parete umida della doccia, lasciò scendere l’acqua bollente e chiuse gli occhi, avvolta dal vapore. Ormai aveva riempito tutta la stanza, ma non se ne preoccupò, voleva solo sentire l’acqua calda sulla pelle. Rilassarsi, distendere i nervi, riordinare i pensieri. La mattina era andata male.
Era uscita presto, all’alba, nei paraggi dormivano tutti e si era diretta a piedi al tempio. All’interno era tutto tranquillo, aveva incrociato solo un paio di monaci indaffarati e così era uscita, dirigendosi verso il mercato del pesce poco distante. Ormai sapeva i suoi orari, sarebbe passata di lì dopo mezz’ora.
Puntuale, l’aveva vista attraversare la strada provenendo dalla metropolitana sotterranea. Si guardava sempre intorno quando era circondata da molta gente, come ai semafori. Isma non aveva ancora capito se fosse una lieve forma di agorafobia, un semplice tic o una cauta premura. Iniziò a seguirla fino al tempio e la tenne d’occhio, come faceva ormai da un mese, ogni due giorni. Di solito tutto si svolgeva con semplicità, bastava pazientare e memorizzare. Ma quella mattina la donna non era più uscita dal tempio, si era volatilizzata. Soltanto più tardi aveva notato un’uscita laterale di cui non si era mai resa conto, probabilmente era usata soltanto dai monaci. Così erano iniziati i problemi, il presentimento iniziava a prendere forma. Era tornata al monolocale scoraggiata e nervosa. Si era subito spogliata e infilata nella doccia.
Già dal primo giorno si era chiesta come mai una casa così tradizionale avesse un bagno occidentale. Avrebbe voluto chiederlo alla padrona, ma ogni volta che la vedeva se ne dimenticava.
Spense l’acqua a malincuore e rimase qualche istante a massaggiarsi le tempie, poi la guancia destra.
«Avanti… avanti, Isma.»
Ritrovandosi davanti allo specchio lasciò cadere a terra l’asciugamano bianco e si guardò. Si era dedicata al suo corpo come un lavoro parallelo, solo suo, di cui era l’unica padrona, al contrario di tutto il resto. Era la sua via di fuga, il suo Mandala personale, un modo per estraniarsi e ritrovare Isma in mezzo alla calca. Nella parte superiore del corpo i tatuaggi erano sparsi ovunque, sulle braccia dalla scapola al polso, il petto, intorno al seno, sulla pancia, sulla schiena, dietro l’orecchio. Sotto, le cosce, i piedi, l’osso sacro, le anche, era tutto decorato e colorato. Bastavano pantaloni e maglie lunghe per nascondersi, non era affar del mondo ciò che celava sotto e dentro di sé. Le mani, il collo e il viso erano rimasti chiari e intonsi, per necessità più che per scelta. Ogni tatuaggio era un desiderio, una speranza, un augurio, una vittoria, un dolore, un ricordo, un avvertimento, una parte di lei.
Si rivestì, era stanca ma doveva rimanere lucida. Aprì il frigo ma trovò soltanto un succo al mirtillo, storse il naso e richiuse. Riprese la sigaretta, mancava l’ultimo tiro. Lanciò un’occhiata al futon, che prendeva quasi tutta la camera, e di fianco vide la borsa nera di pelle. La svuotò sul materasso e si sedette a gambe incrociate, doveva ricominciare.
Perché la donna aveva evitato la strada principale? Doveva capire, prima di andare avanti.

 

fine

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Se questo primo capitolo vi ha incuriosito…non vi resta altro da fare che leggere il libro! 🙂 Buona giornata cari lettori.

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