#Neve su un campo di more: estratto

Buondì lettori! Oggi un altro piccolo estratto dal mio romanzo Neve su un campo di more… buona lettura!

Questa volta vi lascio con una delle parti centrali del libro, quella dedicata alla storia di So-yon.

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1977

So-yon corse sul prato retrostante la casa, la nonna la chiamava dall’uscio, ma lei non voleva ancora smettere di giocare. Continuò a correre stringendo sotto il braccio un fascio di fogli tenuti insieme da un elastico.
Il cielo era inondato dal colori del tramonto, il sole copriva l’intero panorama di un velo arancione e luccicante. So-yon si fermò per riprendere fiato e guardò le montagne oltre il fiume, tutto riluceva come le arance brillanti che sbucciava sempre suo nonno, seduto in veranda la mattina presto. Riprese a correre finché non arrivò al suo albero preferito, un melo centenario e nodoso.
Si sedette sulla terra morbida, incrociando le gambe e ci posizionò sopra i fogli. Ora, finalmente sola e tranquilla, poteva fare il suo lavoro.
Aveva scovato la scatola di latta già quattro giorni prima, nella soffitta, ma aveva preferito aspettare che i genitori si recassero in città. I nonni non la controllavano così da vicino ed erano meno severi. Appena il momento era stato propizio si era chiusa in soffitta e l’aveva aperta, riportava l’incisione DAE sul fianco. Probabilmente suo padre l’aveva incisa con un coltellino quand’era ragazzo.
Una volta svuotata del suo contenuto la scatola assunse un’aria molto diversa. Le sembrava un guscio abbandonato. Quell’impressione così vivida era diretta conseguenza dell’idea che quell’oggetto trovasse la sua ragion d’essere proprio nel custodire quei documenti? Senza di essi perdeva consistenza. Anche le persone erano così? Il pensiero di So-yon andò subito al padre, anche lui dopo che gli avevano strappato via le abitudini e tutto ciò che conosceva era diventato un contenitore senza anima? La ragazzina ritornò con la memoria a certi momenti in cui aveva visto lo sguardo del padre perdersi nel vuoto, ogni volta temeva che non sarebbe più tornato indietro. Andava a scuoterlo, cercando di farlo ridere e solo in quel momento tirava un sospiro di sollievo. Era di nuovo con lei.
So-yon strinse il fascio di documenti e corse fuori di casa, le urla della nonna non l’avrebbero fermata. Sapeva che poteva vederla seduta sotto l’albero e che non l’avrebbe rimproverata.
Tolse l’elastico e sparpagliò i fogli sull’erba, si trattava di disegni e di pagine scritte a mano. In più c’era una fotografia in bianco e nero di una città sconosciuta.
Si dedicò ai disegni, erano fatti dalla stessa mano che cresceva e migliorava. Li passò tra le mani uno per uno, sin dai primi scarabocchi di bambino si notava chiaramente la bravura dell’artista. Le linee, benché ancora acerbe e inesperte, creavano angoli e sfumature invidiabili, prorompenti. I disegni diventavano sempre più particolareggiati, spesso ritraevano il paesaggio dietro casa e in alcuni si poteva riconoscere proprio quel melo.
Su nessun foglio c’era la data, ma So-yon capì subito che c’era un grande vuoto a un certo punto. Proprio dopo l’ultimo paesaggio di neve e il primo foglio disegnato con la matita nera. Quest’ultimo ritraeva una recinzione alta e degli uccelli che beccavano dei frutti dal terreno. La ragazzina sapeva che quello era il luogo dov’era stato portato suo padre tanti anni prima, quand’era giovane. Nessuno ancora gliene aveva parlato apertamente, ma le orecchie dei bambini sentono più di quanto gli adulti possano immaginare. Quei disegni risalivano al suo ritorno a casa e, nonostante l’evidente cupezza dei soggetti ritratti, la mano sembrava migliorata. Malgrado tutto quel male suo padre non aveva perso le sue capacità.
So-yon avrebbe dovuto aspettare ancora diversi anni prima di conoscere tutta la storia, ma già quel pomeriggio, sotto il melo, intuì che suo padre era stato molto infelice. Iniziò anche a comprendere, mentre sfogliava quei disegni così tetri, il luogo dove lui andava ogni tanto, quando gli occhi diventavano assenti. Tornava laggiù. Imparò com’era fatto il campo prima ancora di sentirne la storia, lo conobbe da quei disegni. Le recinzioni, le more cadute, il grande edificio bianco, gli infermieri, le guardie in divisa, le ciotole di pane, la disperazione negli occhi di tutti quegli omini disegnati con la matita nera. Il padre aveva smesso l’uso di ogni altro colore. Guardò ogni disegno, provando una grande tristezza. D’improvviso sentì un gran freddo e si guardò intorno.
Il cielo era quasi buio, vedeva la figura della nonna sulla veranda che guardava nella sua direzione. Pensò a quante volte lei aveva aspettato suo figlio, magari proprio in quella stessa posizione, in perenne attesa. So-yon tentò di immaginare come si fosse sentita, ma era troppo difficile. Provò a dare un’occhiata al diario, ma dopo le prime righe si rese conto che non era un suo diritto leggere quelle cose così private. Forse un giorno, quando sarebbe cresciuta, suo padre glielo avrebbe dato di sua volontà. Accarezzò quei fogli e si fece forza. Radunò tutto e corse in casa, la nonna l’aspettava e la cena fumava in tavola.

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Grazie cari lettori di accompagnarmi sempre in questa avventura. Un abbraccio! E come sempre, se il libro vi ha incuriosito trovate tante altre informazioni nella sezione dedicata del blog e qui l’indirizzo a cui acquistarlo :).

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