Madre con farfalla

Buon martedì lettori! Come state? Prima di lasciarvi alla prossima recensione vi faccio compagnia con un mio racconto, scritto diversi anni fa e ambientato in Giappone. La storia di una figlia e di una madre: un incontro inaspettato.

Spero che vi piaccia 🙂 buona lettura e un abbraccio.

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Kameyo, inginocchiata sul pavimento di piastrelle cotte, aprì una grossa scatola di latta. La luce grigia entrava con prepotenza dalle ampie finestre del trentasettesimo piano, ricoprendo ogni mobile e oggetto. Al di là giaceva Tokyo, intenta a ruminare un’altra domenica piovosa. Il temporale si preparava verso sud, enormi cumuli neri si avvicinavano alla città come vascelli fantasma. Avrebbe piovuto di lì a un’ora al massimo. I grattacieli non sembravano darci peso, svettavano luminescenti in un mare di nuvole color antracite. Vista la mancanza del sole molte luci brillavano nelle case, e in qualche ufficio. Piccole fiaccole artificiali che baluginavano nella condensa. Molto più in basso i marciapiedi brulicavano di persone, la capitale era in perenne movimento, maltempo o meno. Nell’appartamento, invece, regnava una particolare e silenziosa quiete. La donna si strinse nel cardigan azzurro e rovistò nella scatola con aria mesta, quel tempo le procurava sempre un umore dondolante e indeciso. Poco amabile, proprio come l’incombenza che tentava di svolgere in quel momento. Era andata a cercare quella vecchia scatola nel ripostiglio, una porticina minuta in fondo al corridoio, dopo che suo padre le aveva telefonato chiedendole se possedeva ancora quella foto della madre al giardino botanico.

La foto con la farfalla. Nessuno nella loro famiglia si sarebbe mai dimenticato di quella fotografia, sua madre era solita raccontare l’aneddoto della splendida farfalla gigante verde che si era posata sulla sua testa e che non voleva proprio saperne di andare via. La foto era diventata in qualche modo famosa, risaliva ormai a vent’anni prima. E ora che la madre era morta suo padre la voleva con sé, le aveva detto che intendeva incorniciarla. Kameyo aveva sistemato anni prima i vecchi album di fotografie in quella scatola pesante e non la allettava il pensiero di doverla tirare fuori e rivedere tutto quelle facce famigliari. Non dopo la scomparsa prematura di sua madre. Ovviamente non poteva tirarsi indietro e quella domenica, in cui in fondo non aveva nessun impegno particolare, si era decisa. Avrebbe visto il padre la sera seguente e gliela avrebbe consegnata. Iniziò a cercare tra i piccoli album e i grossi faldoni, le buste e i quaderni colmi di fotografie incollate. Aveva un vago ricordo di dove fosse la foto in questione. Il silenzio abbracciava l’intero appartamento, era proprio una giornata calma e i gabbiani volavano ancora, ebbri di quell’aria carica di elettricità. Dopo qualche tempo una voce, vicina e lontana al tempo stesso, ruppe il silenzio.

Kameyo…Kameyo” sembrava quasi cantare.

La ragazza si girò verso il corridoio e la vide subito, sussultò e l’album le cadde dalle mani. La donnina era bassa e in carne, vestita con una gonna lunga di velluto marrone e un maglione rosa chiaro, scarpe basse e i capelli raccolti in una crocchia, qualche ciocca spettinata ne fuoriusciva. Sorrideva e teneva le mani unite in grembo, era proprio nel vano della porta del salotto.

Mamma…” Kameyo riuscì a malapena a sussurrare, le sue stesse parole non le arrivarono alle orecchie.

Sì, sono io cara” la donna annuì, sempre sorridendo.

Mamma…ma cosa ci fai qui? Ho paura” nel pronunciare quelle parole Kameyo sentì un fortissimo brivido imprigionarle il corpo intero.

Al tempo stesso si sorprese, non era mai stata una ragazza disposta ad aprirsi troppo, emotivamente, con i suoi genitori e soprattutto con sua madre aveva sempre avuto un rapporto conflittuale e complicato. Quell’ammissione di paura era forse una delle poche volte in cui Kameyo le aveva detto chiaramente cosa provava, l’aveva fatto senza pensarci.

Non devi aver paura Kameyo. Non sono qua per farti nulla, ho solo sentito che avevi bisogno di me” disse, sempre ferma sulla porta.

Io non ho bisogno di te” le parole le uscirono più piccate di quel che avrebbe voluto.

La donna non smise di sorridere, anzi annuì e sospirò.

Già, qui si dimenticano spesso certe cose. Tu non hai mai avuto bisogno di me in tutta la tua vita” la fissò “Hai voluto fare sempre tutto da sola”.

Kameyo si sentì colpita nel profondo da quelle parole, seppur corrispondessero a verità. Fece per rispondere, ma la donna aveva ancora qualcosa da aggiungere.

Senza di me” concluse.

La ragazza si morse il labbro, che situazione, pensò. Non aveva idea di cosa fare, si rese conto d’un tratto che non aveva più né freddo né paura. Sentiva solo una spiacevole sensazione alla bocca dello stomaco, qualcosa di molto simile al senso di colpa. Si passò una mano sul viso, spostando i lunghi capelli dietro le orecchie e si voltò completamente verso la donna.

Mamma, non è che io volessi fare le cose per forza senza di te…” Kameyo fissava quegli occhi neri così estranei, ma al tempo stesso famigliari “…diamine, è difficile da spiegare. Noi non…” sospirò.

Non siamo mai andate troppo d’accordo. E’ così non è vero?” la donna la guardò.

Kameyo riuscì a rispondere soltanto con un mugolio. Un vortice di sensazioni e sentimenti trascurati le si muoveva nel petto, nello stomaco, nei polsi tremanti, nella testa. Quante discussioni stupide avevano fatto, quante attenzioni mancate, quanti pensieri d’odio, quanti rimpianti e delusioni, tutta la sua vita pareva tornare a galla in bolle infinite. Scoppiavano come petardi nel suo cuore, voleva solo farli smettere.

Lo so” annuì la donna, il sorriso si smorzò appena “Io lo so cosa ci è successo. Eri una bambina così intelligente, fin dai primi mesi, capivi sempre tutto e io mi sentivo sempre…” fissò la figlia “un passo indietro. Ed era difficile stare con te e sentirsi così inutili. Sembravi brava a fare tutto da sola, senza il mio aiuto. Per quello, credo, smisi di starti dietro in ogni momento…pensavo non ne avessi bisogno. Ma, sai, qui dove sono certe sensazioni si chiarificano in modo straordinario e riesci a distinguere la realtà dalle emozioni. Capisco solo adesso che avevi tanto bisogno di me ed io mi allontanavo, senza pensare di recarti un danno così grande” alzò appena le spalle, sorrise.

Kameyo piangeva, ma se ne accorse in ritardo. Grosse gocce le spuntavano agli angoli degli occhi, aveva le guance bagnate e salate. Le labbra erano diventate secche d’improvviso e le leccò, sperando di ridar loro vita. Abbassò lo sguardo. Cosa poteva rispondere? Era paralizzata e le era tornata la paura, ma stavolta era di natura molto diversa. In fondo allo stomaco le sembrò di sentire come dei nastri legati molto stretti che, d’improvviso, si scioglievano. Respirò a fondo, quasi come fosse la prima volta da lungo tempo. La donna la guardava e riusciva a comprendere ogni minimo moto dell’animo di sua figlia, in quel prezioso luogo in cui si trovava questo era possibile. Il più bel dono che potesse ricevere, le sorrise senza avvicinarsi.

Ti ho amato da sempre. L’ho fatto in silenzio, lo so, non te l’ho mai detto…nemmeno una volta” la voce della donna sembrò incrinarsi, increspando l’aria della stanza.

Mamma” la chiamò.

Kameyo si asciugò in fretta gli occhi, strofinandoseli con forza. Si sentiva stanchissima, come dopo una lunga ed estenuante corsa durata una vita e finalmente percepì quell’amore da cui si era sentita da sempre allontanata. Ora, sì, sapeva cosa dire a sua madre.

Ti voglio bene anche io, mamma!” le uscì un urlo pimpante.

Ma non c’era più nessuno a cui dirlo. La stanza era vuota, dal vano della porta si poteva vedere il corridoio e, oltre, il quadro appeso al muro. Kameyo sospirò, ma non si sentiva triste, era sicura che sua madre l’avesse sentita, dovunque si trovasse ora. Con un sorriso ancora tremante aprì la prima busta che le capitò a tiro nello scatolone ed eccola lì. La foto della mamma, la prese con entrambe le mani e quasi le venne di nuovo voglia di piangere. Uno sfondo di grosse foglie e punti di colore sfocati, un primo piano ravvicinato che non andava più giù del collo. La madre sorrideva, guardando in alto verso l’enorme farfalla tropicale che se ne stava quieta, ad ali spiegate, sul suo caschetto di capelli bruni. Quell’amore inaspettato, così desiderato. La ragazza liberò un respiro trattenuto da troppi anni, si sdraiò sul pavimento, chiuse gli occhi e strinse al petto la foto.

Madre con farfalla. A pensarci bene, forse, l’avrebbe tenuta lei.

THE END

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