Buondí cari lettori! Oggi vi faccio compagnia insieme alla traduttrice Laura Testaverde, grazie alla quale possiamo leggere i libri e i racconti meravigliosi della mia scrittrice preferita: Yoko Ogawa

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Potete immaginare quanto sia stata memorabile questa intervista per me, sapendo quanto amo questa scrittrice! Grazie al suggerimento di un lettore ho contattato la traduttrice Testaverde (e prima di lei anche Gianluca Coci), che si è dimostrata da subito molto propositiva e disponibile per dedicarmi un po’ del suo tempo. La ringrazio sin da subito, di cuore e vi lascio alle sue parole.

 

Buongiorno Laura, benvenuta su Penne d’Oriente! Iniziamo dalla sua passione per il Giappone e la sua lingua, da dove nasce?

Grazie Serena, accetto volentieri il suo gentile invito.

La mia passione per il Giappone nasce dal forte desiderio di viaggiare, che credo di aver sempre provato. Mi sembra che il viaggio sia conoscenza, piuttosto che semplice divertimento, e non amo tanto visitare semplicemente i posti quanto viverli. Quando ero una ragazzina, i Paesi dell’Asia orientale esercitavano su di me un richiamo maggiore di altri, probabilmente proprio perché ai miei tempi erano meno conosciuti. Nel fatidico momento di concretizzare quei vaghi interessi in una scelta universitaria, mi è capitato di leggere una vecchia edizione di Mille gru di Kawabata, e sono stata folgorata dal coinvolgimento sensoriale che mi dava la lettura e dalla raffinatezza del mondo che mi rivelava. Da Roma mi sono trasferita a Napoli per iscrivermi a quello che allora si chiamava Istituto Universitario Orientale e, all’inizio del terzo anno, ho finalmente realizzato il mio sogno di vedere Tōkyō, dove sono rimasta per tre mesi a studiare la lingua. Il primo impatto fu abbastanza scioccante, perché questa città enorme e moderna sembra quanto di più lontano possa esistere dal mondo di Mille gru, ma il contrasto invece di deludermi stuzzicò la mia curiosità. Negli anni ho continuato a frequentare il Giappone per periodi più o meno lunghi e di recente sono tornata a vivere a Tōkyō, dopo un po’ che mancavo. Non so se imputare le mie nuove impressioni all’età, ma mi sembra di vedere la città con occhi diversi: in un vecchio tempio, nascosto tra i palazzi che crescono sempre più alti e fitti, o in un canale che scorre sotto più strati di strade e autostrade, riesco ora a riconoscere la città raccontata da Sōseki o da Ōgai. E più frequento questo Paese, più mi piace.

Come è diventata una traduttrice? Quali sono state le tappe più importanti del suo percorso professionale?

Tradurre mi piaceva già al liceo. Amavo i dizionari, e le versioni dal greco e dal latino mi divertivano: da una parte era una specie di sfida, un gioco, e dall’altra ero incuriosita, mi appassionava l’idea di poter capire messaggi provenienti da altre epoche. La mia tesi di laurea verteva sull’interesse che lo scrittore Mishima Yukio mostrò per la Grecia classica, e conteneva la traduzione di un racconto ispirato a Medea di Euripide, Shishi (“La leonessa”), che è stato incluso, molti anni dopo, nei Meridiani dedicati a Mishima, curati da Maria Teresa Orsi. Gli anni trascorsi come borsista del Governo giapponese nell’Università Gakushūin di Tōkyō, dove ho conseguito il diploma di Master of Arts, e il Dottorato di ricerca in Civiltà dell’Asia Estremo Orientale all’Orientale di Napoli, con una tesi scritta sotto la guida di Giorgio Amitrano, sono due elementi importanti del mio percorso, che mi hanno permesso di appropriarmi di ulteriori competenze e strumenti utili alla comprensione non solo della lingua, ma anche di diversi aspetti della cultura giapponese. Mentre frequentavo ancora Gakushūin, ho proposto alla rivista Il Giappone, un articolo su Yamada Eimi, che includeva la traduzione di un racconto breve e che fu pubblicato nel 1993. Nel 1998 Marsilio ha pubblicato la mia prima traduzione di un romanzo lungo: Erogotoshitachi (“I maestri dell’eros” di Nosaka Akiyuki).

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Come sa io adoro Yoko Ogawa e vorrei sapere tutto su di lei, da lettrice ma anche da scrittrice. Ha mai avuto occasione di incontrarla o parlarle direttamente? Che tipo è?

Anche a me piace molto Ogawa Yōko. Purtroppo non ho mai avuto occasione di incontrarla personalmente. Dal nostro scambio via mail ho avuto l’impressione di una gentilezza particolarmente attenta a gratificare l’interlocutore: una sorta di quintessenza della tipica gentilezza giapponese. Si è dimostrata anche molto disponibile accettando generosamente l’invito del sovrintendente della Pinacoteca di Brera di Milano a scrivere una breve didascalia da esporre sotto la Pala Montefeltro di Piero della Francesca.

Cosa la affascina della sua scrittura? È difficile da rendere nella nostra lingua?

Forse è superfluo puntualizzarlo, ma non credo esista uno scrittore più facile da tradurre di altri. Ogni opera e ogni autore hanno le loro complessità e il traduttore è posto sempre, inevitabilmente, davanti a delle scelte che determinano il risultato finale. Però, se parliamo di scelte terminologiche e complessità delle frasi, la lingua di Ogawa ha, a mio modo di vedere, un’elegante semplicità che la rende relativamente facile da volgere in italiano. Trovo che proprio il contrasto tra questa sua espressione linguistica piana, accessibile, quasi essenziale, e la mirabolante fantasia con cui costruisce i suoi racconti, sia parte del fascino delle sue opere: la mente del lettore, cullata dalla quieta bellezza dell’espressione, a un certo punto del racconto è richiamata da un particolare inquietante, o scioccata da un evento tragico, o travolta da una fuga dalla realtà in un mondo inventato, pur se così simile a quello della nostra esperienza.

Quali sono gli altri autori a cui si sente più affezionata?

Mishima Yukio (1925-1970) è il primo autore giapponese che ho tradotto ed è uno dei più grandi scrittori del Novecento. Ha uno stile elaborato e ricercato molto diverso, per tornare al discorso precedente, da quello di Ogawa e, sebbene sia stato uno dei protagonisti della vita culturale della rinascita del dopoguerra, la sua letteratura è ancora legata alla tradizione precedente.

Nosaka Akiyuki è l’autore del primo romanzo che ho tradotto. L’ho conosciuto grazie alla presentazione di Atsuko Ricca Suga, poco prima della pubblicazione de I maestri dell’eros, nella cui postfazione scrivevo: “quando sono andata via ho portato con me il ricordo di un signore spiritoso e intelligente che ama stupire, ma senza vanità”. Era un personaggio eclettico, sceneggiatore, cantante, protagonista televisivo, compositore e paroliere. Lo stile di Nosaka è molto particolare: alcuni critici lo trovano vicino alla declamazione dei testi del teatro dei burattini (jōruri) o dei racconti popolari cantati sulle note dello shamisen, con lunghi periodi in cui i passaggi da dialogo a narrazione e viceversa sono quasi difficili da individuare. Nella sua opera troviamo l’insolente ironia de I maestri dell’eros ma anche il toccante lirismo di La tomba delle lucciole (“Hotaru no haka”, 1968). Di quest’ultimo ricordo una bellissima traduzione di Maria Teresa Orsi, pubblicata su Linea d’ombra nel 1994. Takahata Hisao ne ha tratto un commovente film d’animazione nel 1988.

Uno scrittore che ha sempre esercitato su di me un grande fascino e che sono stata molto felice di tradurre è Akutagawa Ryūnosuke (1892-1927). A lui è dedicato il più ambito premio letterario giapponese. I suoi scritti sono espressione di una vasta cultura, di una ricca fantasia e di una pungente ironia, ma anche di un tormento interiore pericolosamente coinvolgente. Nel 2016, con Antonietta Pastore abbiamo tradotto una raccolta di racconti con un saggio introduttivo di Murakami Haruki, pubblicata da Einaudi con il titolo Rashomon e altri racconti. Molti dei racconti traggono ispirazione da storie contenute nel Konjaku monogatari (“Racconti di oggi e di ieri”, un’antica antologia risalente al periodo Heian, 794-1185) e hanno ambientazione storica o fantastica, altri sono più o meno autobiografici.

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E, da lettrice, quali sono i suoi libri orientali preferiti?

Tra le letterature dei paesi dell’Asia orientale, quella che preferisco è, ovviamente, la giapponese; forse perché è quella che conosco meglio. Mi chiedo se, inconsciamente, non cerchi richiami a quella letteratura che mi è familiare anche nelle altre. Per esempio, i racconti del famosissimo Lu Xun (1881-1936) contenuti in Fuga sulla luna e altre antiche storie rinarrate, pubblicato in italiano nel 2014 a cura di Ivan Franceschini, mi ricordano quelli di Akutagawa, di cui era contemporaneo, per la sottile ironia con cui rielabora antico materiale letterario, attingendo profonde conoscenze della cultura classica cinese, per alludere sarcasticamente a costumi e idee dei contemporanei. Tra l’altro Lu Xun ha trascorso un periodo di studi in Giappone, e tradotto alcuni racconti di Akutagawa negli anni ‘20.

Mi ricordo che, ai tempi in cui studiavo indonesiano all’università, mi piacevano anche autori come Idrus (1921-1979) e Pramoedya Ananta Toer (1925-2006), o poeti come Chairil Anwar (1922-1949) e Willibrordus Surendra Rendra (1935-2009) che leggevamo in originale con l’aiuto degli insegnanti. Di Pramoedya Ananta Toer esistono ora almeno due traduzioni dall’inglese e una dall’indonesiano (Il fuggitivo). Un esempio di letteratura indonesiana contemporanea che mi ha colpito è il romanzo del giornalista e scrittore Eka Kurniawan (nato nel 1975), L’uomo tigre, tradotto da Monica Martignoni. Parla di un omicidio, ma non è un giallo, anche se bisogna arrivare alla fine per capire cosa sia realmente accaduto, e la descrizione delle atmosfere e lo sviluppo della storia sono, a mio parere, molto intriganti. Lo scrittore ricostruisce la genesi dell’omicidio aggiungendo man mano tasselli alla storia, riproponendola dai diversi punti di vista dei protagonisti, e in questo mi ha fatto venire in mente ancora una volta Akutagawa, con il suo Yabu no naka (“Nel bosco”) da cui Akira Kurosawa trasse Rashomon.

I suoi futuri progetti professionali? Ci aspetta qualche nuovo bellissimo romanzo giapponese?

Ebbene sì! Ho appena completato la traduzione di un romanzo davvero bello di Hirano Keiichirō, un autore molto noto e seguito in Giappone. Sarà pubblicato da Lindau. È la sua prima opera tradotta in italiano e racconta la storia del rapporto speciale che lega due persone sullo sfondo della complessa situazione irachena, della crisi economica mondiale e del grande terremoto del Giappone Orientale del 2011. Il primo romanzo di Hirano ottenne il premio Akutagawa nel 1998, quando l’autore aveva ancora 23 anni e, all’epoca, molti hanno visto in lui un nuovo Mishima per la ricercatezza e l’eleganza dello stile.

Il numero speciale di ottobre della rivista letteraria Bungakkai, appena pubblicato, è dedicato al ventesimo anniversario del debutto di Hirano e inizia con un’interessante conversazione proprio tra lui e Ogawa Yōko. A un certo punto, discutono delle differenze tra i loro stili, talmente notevoli che Ogawa si è chiesta come mai fosse stata invitata: Hirano cerca la metafora raffinata, il termine particolare e il riferimento colto, e Ogawa è colpita in particolare dalla cura con cui lo scrittore descrive personalità estremamente sfaccettate. Un interessante contrasto tra la letteratura di due degli autori più in voga in Giappone.

Grazie di cuore per essere stata con me e i miei lettori qui su Penne d’Oriente. Per me personalmente è stato un onore conoscerla.

Grazie a lei per l’invito e ai suoi lettori per la cortese attenzione.

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Sperando di avervi allietato anche oggi con una lettura curiosa, vi auguro una buona giornata e ci vediamo alla prossima recensione!