#Neve su un campo di more: Primo Capitolo

Buongiorno cari lettori. Oggi vi faccio compagnia con un estratto da Neve su un campo di moresperando di solleticare la vostra curiosità!

Ecco a voi il primo capitolo… fatemi sapere cosa ne pensate. 🙂

 

strada

Capitolo 1

 

Zaō, Giappone

1992

 

 

Fumio si allacciò i bottoni della giacca di velluto blu, le mani cominciavano a tradirlo sempre più spesso, invecchiava. Un vicino di casa, vecchio quanto lui, gli aveva diagnosticato un’artrite degenerativa. Lui aveva alzato le spalle, avrebbe potuto succedergli di peggio alla sua età, bastava abituarsi. Aveva anche pensato che fosse la giusta pena per un cestaio, la lenta giustizia del destino.
Prese il suo cesto, era l’unico che aveva portato via da laggiù. L’unico legame che si era concesso, lo usava per fare compere al piccolo mercato. Uscì e chiuse la porta del monolocale. Fuori il sole splendeva tra i tetti a pagoda e le montagne in lontananza, il villaggio era quieto, alcuni panni stesi si muovevano nella lieve brezza del primo pomeriggio.
Il giovane cuoco del ristorante all’angolo passò in sella alla sua bicicletta, un cono di paglia in testa per ripararsi dal riverbero del sole.
“Kimura-san, vi auguro buongiorno!” gli gridò, passando.
Fumio annuì lentamente verso il ragazzo e si avviò al mercato, gli bastava svoltare due angoli di quei vicoli stretti e pietrosi.
Tende colorate, bancarelle modeste e tanti vecchi come lui che compravano funghi e cavoli. Il mercato faceva il giro dei villaggi attorno alla città di Shiroishi, al suo paese toccava il mercoledì e lui non mancava una settimana. Era l’unico posto dove fosse disposto a comprare da mangiare, non era mai riuscito a fidarsi dei nuovi e scintillanti supermercati. Ne avevano aperto uno appena fuori dal centro del paese, per non parlare di quanti avevano invaso le strade di Shiroishi. Lui si era abituato a mangiare poco e a risparmiare ogni cosa dai tempi della guerra e così continuava a fare, concedendosi solo qualche piccolo lusso ogni tanto. Magari una barretta di cioccolato o dei fagioli dolci azuki.
Con calma fece il giro dei banchi, vide qualche turista, s’incrociavano spesso e ormai non ci faceva più caso. Venivano per visitare il Villaggio delle Volpi, la più famosa attrattiva della Prefettura di Miyagi. Fumio ci era stato alcune volte, quando ancora le lunghe camminate erano un piacere. Si trovava proprio al limitare dell’abitato ed era un luogo splendido e incontaminato.
L’ultima visita era stata circa nove mesi prima, era autunno e il parco, insieme al monte Zaō, era ricoperto da un fogliame in continua evoluzione. Tinte di un rosso cupo avevano preso possesso di grandi porzioni del panorama, intorno persistevano banchi di verde e deboli gialli brillavano radi. Si era incamminato per il Villaggio con lentezza, facendosi aiutare da un bastone da passeggio che non usava mai, se non per sforzi consistenti. Arrivato, aveva oltrepassato senza interesse la prima parte del parco zoologico dove scorrazzavano gli animali da fattoria. Si era diretto senza esitazione verso la parte più interna, la casa delle volpi. C’era una piattaforma rialzata da cui si poteva lanciare il cibo comprato all’ingresso e ai piedi di quei gradini erano state costruite diverse panche di legno. Fumio ne aveva scelta una, quella dove si fermava ogni volta e si era seduto. Aveva imparato a prendersi il suo tempo, erano almeno vent’anni che aveva smesso di avere fretta o affanno.
Alla sua età non riteneva più necessario dimenarsi troppo per alcunché e tanto meno era solito agitarsi o animarsi eccessivamente per avvenimenti o fatti. D’altro canto amava rimanere in disparte, ai margini rispetto agli eventi che attraevano la curiosità della maggior parte delle persone e anche a Zaō aveva pochi amici. Li frequentava con perseveranza, rassicurato dalla loro presenza immutata nel tempo, ma con il resto degli abitanti non condivideva nulla.
Quel giorno, al Villaggio delle volpi, c’era un gran via vai di turisti, bambini in divisa scolastica, coppie e qualche sparuto vecchio intento nella sua passeggiata. Fumio non sentiva di appartenere a nessuno di questi gruppi, era isolato da ciò che lo circondava e gli andava benissimo così. Era il solo modo in cui era riuscito a sopravvivere tanto tempo, lontano dagli sguardi altrui. Gli unici esseri con cui condivideva qualcosa erano quelle volpi. Dalla panchina poteva vederne diversi esemplari, ciondolavano tra gli alberi. Erano i cuccioli a correre e giocare, schizzando di qua e di là, mentre gli adulti si limitavano ad annusare l’aria e godersi il sole. Fumio, quell’ultimo giorno, era rimasto per tre ore e quando si era alzato aveva sentito le ossa delle ginocchia scricchiolare. Il ritorno era stato anche più faticoso e rientrato in casa aveva compreso che era stato il suo ultimo viaggio.
Ora, nella piazza del mercato, lanciò un’occhiata nella direzione della casa delle volpi. Non faceva fatica a immaginarle appisolate tra tronchi e cespugli. Dopo qualche istante si lasciò alle spalle i ricordi e si diresse tra i banchi di verdura, la cesta che gli dondolava dall’incavo del braccio destro.
Venti minuti più tardi sostava davanti alla bancarella dei meloni.
“Kimura Fumio?”.
Una voce alle sue spalle lo risvegliò dai pensieri sulla cena. “Sì?” si voltò con lentezza.
Una bella ragazza era ferma impettita di fronte a lui, indossava un’impermeabile chiaro e delle scarpe basse. I capelli erano neri e molto lunghi e gli occhi pieni d’acqua, grigi, molto piccoli. Sopracciglia sottilissime, in modo innaturale. Aveva un viso ovale di porcellana, lo sguardo racchiuso in due noccioli di ciliegia. Quello di Fumio invece era confinato in due occhi lunghi, assottigliati, circondati da una ragnatela di fitte rughe e sormontati da due sopracciglia cespugliose e grigie.
“Finalmente l’ho trovata” disse lei, sospirando, quasi come se avesse trattenuto a lungo il fiato.
“Cosa vuole da me?” la voce di Fumio vibrò troppo alta.
“Risposte”.
Il sole cadeva di sbieco sui tetti a pagoda delle casupole nella piazza e nelle stradine parallele. Per la maggior parte erano piccoli quadrati unifamiliari con poche stanze, a un solo piano, afose d’estate se non si teneva la porta aperta sul marciapiede e gelide d’inverno per chi aveva la sfortuna di non possedere una stufa elettrica. Era un villaggio di vecchi, i giovani erano pochi e pronti a partire da un momento all’altro.
Fumio squadrò quella figura di esile donna, aveva notato qualcosa di familiare nel suo sguardo, nei suoi zigomi, ma non era ancora riuscito a identificarlo. La maledizione della vecchiaia era la lentezza di certi vaghi ricordi, faticavano a riemergere dall’acqua lattiginosa dove la mente voleva respingerli.
“Risposte” ripeté lui. In realtà lo bofonchiò a mezza bocca, stringendo le labbra mentre la guardava. Mille rughe gli si formarono sul labbro superiore, trasformando la sua bocca in uno spicchio d’arancia seccato al sole.
La ragazza, dal canto suo, sembrava guardare tutto tranne che il vecchio. Alzava il mento al sole, alle montagne verdi all’orizzonte, lo abbassava alle banane scartate e chiazzate di nero che spuntavano da sotto i banchi del mercato. Si dondolava sulle ballerine basse, da cui si ergevano due tendini magri da cicogna. Non gli rispose, strinse solo più forte la bretella destra dello zaino, poggiata sulla spalla creava un incavo stropicciato nell’impermeabile, come se contenesse qualcosa di pesante.
“Mi lasci stare” Fumio la scacciò con un gesto della mano, come se fosse una mosca e tentò di allontanarsi, la cesta piena gli pesava tra le dita.
A lei bastò un passo lungo per essergli di nuovo a fianco, gli sfiorò delicatamente, ma con forza, il gomito coperto dalla giacca. I piedi di Fumio si bloccarono.
“La prego, ho fatto molta strada…”.
L’uomo si voltò di scatto a guardarla, riuscendo finalmente a catturare il suo piccolo sguardo.
“Io non la conosco”.
“Le chiedo solo qualche ora. Se potessimo…” si guardò intorno, sentendosi improvvisamente a disagio in quello spiazzo pieno di giapponesi piccoli e rugosi “Rimanere soli” sussurrò.
Fumio si guardò intorno, riconobbe tutti quegli sguardi curiosi e decise di seguire il suo consiglio, era meglio togliersi da lì. Fece un cenno con la testa alla ragazza e prese a camminare il più svelto possibile, vide con la coda dell’occhio che lo stava seguendo e proseguì senza più dirle una parola.
Quando aprì la porta d’ingresso la luce inondò la stanza. Un tavolo con una sedia di legno, una cucina a gas contro il muro, a fianco un frigo piccolo e basso e una credenza. Sopra era solito tenerci il tè, lo zucchero, gli spaghetti di grano crudi, le scatolette e i biscotti all’uva, la tazza e il pentolino di rame. Addossato alla parete opposta un letto singolo coperto da un lenzuolo e una coperta di lana verde. Sopra, appeso al muro, un vecchio poster sgualcito con una veduta boschiva del Fuji. Una porticina minuscola dava accesso a quello che con estrema fantasia poteva definirsi bagno, sulla stessa parete del letto. Un altro mobile basso con quattro grossi cassetti creava un angolo invisibile con la credenza, dietro sostava una tenda azzurra a coprire qualcosa. Sopra il frigo spuntava una finestrella alta e rettangolare rivolta a est, era accompagnata da una lampadina nuda penzolante dal soffitto.

 

fine primo capitolo

Per scoprire il resto… dovrete acquistare il libro! 🙂 Grazie lettori per l’attenzione che sempre mi dedicate. Vi abbraccio.

Il libro è acquistabile a questo indirizzo, per chi fosse interessato: http://www.arpeggiolibero.com/lista-categorie/romanzo-storico/neve-su-un-campo-di-more.html

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