Il sibilo del vento

Buon martedì lettori, come state? 🙂 Oggi vi faccio compagnia con un mio racconto, sperando che vi piaccia…fatemi sapere nei commenti! Grazie!

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Il soggiorno era ingombro di scatoloni e borse. Aiko si guardò intorno incuriosita, e confusa. Si chiuse la porta d’ingresso alle spalle e s’inoltrò nella selva di bagagli impacchettati, tutt’intorno al grande divano in pelle scura e al tavolino basso. Il resto dei mobili che dovevano abbellire la stanza erano spariti. Ebbe come la sensazione certa che ci fosse un trasloco in corso e che fosse stato lasciato a metà, ma non riusciva a capire quando potesse essere successo.

Del resto quello era il suo appartamento. Riconosceva con nitidezza gli oggetti che facevano capolino dalle borse o dai pochi scatoloni lasciati aperti, il colore alle pareti l’aveva scelto lei e se ne ricordava, con la stessa facilità avrebbe potuto indicare i difetti dell’intera casa. Ci aveva vissuto per anni, quanti? In quel caos capì che non erano i dettagli più minuti, ma piuttosto i numeri a sfuggirle. Anni, mesi, quanto tempo aveva abitato lì? Quanti giorni erano passati da quando aveva lasciato la casa in quel modo? Non lo ricordava più, per quanto tentasse di corrugare fronte e pensieri. Scrutò a lungo gli scatoloni e le borse, finché il contenuto di una di queste non la incuriosì. Era una borsa di carta contenente una confezione da tre di bottiglie di vino, ma sopra qualcuno, forse lei, ci aveva appoggiato due pere. La pelle ruvida era ormai marroncina e la leggera peluria biancastra della muffa stava per ricoprire del tutto i due frutti. La donna ne prese in una mano uno, tenendolo ben saldo per il pistillo e deglutì. Da quando erano lì quelle pere? E come mai le aveva lasciate così? La casa era fredda, ragionò, per cui avrebbero potuto mantenersi per giorni interi prima di iniziare ad ammuffire. Aiko non riusciva proprio a ricordarsi di quelle pere, la lasciavano sconcertata. Le riposò sulla confezione di bottiglie.

Decise si perlustrare il resto della casa. Il bagno era spoglio, senza più asciugamani né oggetti, i sanitari sostavano immobili e ricoperti da un lieve strato di polvere invisibile. Oltrepassato quello si arrivava alla cucina. Qui c’erano ancora tracce di vita, uno scatolone aperto sostava sul ripiano di piastrelle blu, un paio di tendine ancora appese alla finestrella sopra al lavabo, una tazza e una confezione di bustine di tè definivano la scena, silenziose. Aiko si avvicinò, sfiorò la sua tazza, l’aveva riconosciuta e sbirciò nello scatolone. Un pentolino, un pacco di spaghetti aperti, una bottiglia piena a metà di salsa di pomodoro, un contenitore di vetro con dello zucchero e uno strofinaccio stropicciato, abbandonato provvisoriamente in cima allo scatolone. Sembrava proprio che avesse interrotto la fine di un trasloco, nient’altro avrebbe potuto spiegare una casa così spoglia. Era stato organizzato per portare le cose via o in quella casa? La memoria non la aiutò nemmeno in quel caso.

Uscì dalla stanza ed entrò nell’unica altra camera della casa, del letto all’occidentale rimaneva soltanto la rete e il resto era spoglio. Tornò in sala e si sedette sul divano, scrutando il soggiorno. Sospirò, lasciandosi sprofondare nei cuscini, le braccia scivolarono inermi lungo i fianchi. Sentì d’improvviso una profonda stanchezza, avrebbe voluto sdraiarsi e dormire, ma altresì percepiva una strana sensazione di disagio e attesa. Si assopì senza neanche accorgersene. Non sapeva quanto tempo fosse passato quando fu ridestata dal suono di una chiave nella toppa d’ingresso, qualcuno stava aprendo la porta. Si alzò di scatto, tremante.

Sei qui, ho immaginato fossi venuta per prendere le ultime cose” l’uomo che parlava aveva capelli bianchi e radi sulla testa rotonda, sorrideva con dolcezza.

Aiko fece qualche passo verso di lui senza riconoscerlo, ma la sua voce e i suoi occhi le erano familiari. Poi capì, quando ormai gli era davanti: era suo padre.

Stai bene?” le sfiorò la spalla.

Lei annuì e si portò una mano alla fronte, come se si aspettasse di sentirla scottare. Il padre lanciò un’occhiata nel soggiorno.

Ci sono ancora diverse cose, sarà meglio che ti dia una mano”.

Sì…non mi ricordo perché ho lasciato tutto così, mi sento un po’ confusa”.

Ma certo, è normale” un sorriso sbilenco curvò le labbra dell’uomo “Ti aiuto io. In giornata faremo tutto e dopo non dovrai più venire qui” annuì, come se fosse un’ottima notizia.

Aiko percepì le sue parole con chiarezza e la sensazione che emanava da esse, una parte di lei la condivideva anche se non riusciva a darle un senso compiuto. Non aveva più voglia di rimanere in quell’appartamento, anche se le sarebbe stato impossibile spiegarne il motivo.

Il padre le strinse il braccio, sussurrando “Inizio a prendere i primi scatoloni” e si scostò.

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Allora lei andò a spalancare la porta d’ingresso, così che fosse più agevole andare e venire. Sul pianerottolo si affacciavano altri quattro appartamenti, ma era tutto silenzioso, quasi come se fossero le uniche due persone presenti nel palazzo. Dalla vetrata opposta notò che il debole sole andava calando, si faceva tardi. Si diresse in cucina per mettere via le ultime cose, sfiorò il bordo del lavandino in ceramica e tolse le tendine. Mentre le ripiegava con cura vide fuori dalla finestra un giardino cintato e una bambola dai capelli neri riversa tra l’erba incolta, d’un verde quasi accecante. Si rese conto che c’era una portafinestra, la aprì con fatica, il meccanismo di chiusura si era inceppato e dovette tirare la maniglia con forza per farla scorrere. Il vetro tremò e finalmente Aiko mise piede tra l’erba. Attraversò il giardino in diagonale, pochi passi e prese in mano la bambola. Appena sfiorò il vestito rosa si ricordò di averlo cucito lei stessa e le tornò in mente che la bambola si chiamava Suzue, ma non era stata lei a darle quel nome. Le lisciò i lunghi capelli corvini e se la appoggiò al petto, osservando i Monti Chugoku innalzarsi a nord-est. Non si rese conto del tempo che passava.

Eccoti” la voce del padre la ridestò.

Era fermo sul ciglio della portafinestra e la osservava, lei capì subito che era triste ma non riusciva a comprenderne a fondo le ragioni, benché una parte del suo cuore avesse iniziato a battere più veloce.

Sì…ho visto la bambola, volevo raccoglierla” si sentiva febbricitante e lentamente lo raggiunse.

Suzue” il padre annuì “La sua preferita”.

Aiko si fermò a metà strada, in mezzo al prato e abbassò lo sguardo al viso della bambola. Sospirò a fondo intenta a rintracciare un filo nei pensieri turbinanti che sentiva dentro di sé. “Preferita…” sussurrò. L’uomo si grattò la guancia, poi il mento, con movimenti lenti e coprì lo spazio che li divideva a grandi passi. Sentiva i fili d’erba sfiorargli i polpacci nudi, non degnò il cielo d’uno sguardo e tolse la bambola dalle mani di Aiko, con delicatezza.

Credo che sarebbe il caso di darla all’orfanotrofio” disse, sottovoce, titubante.

La figlia lo guardò, dapprima sorpresa, poi le sopracciglia formarono un arco interrogativo e lentamente, come un’onda che si scorge da lontano e che con pacata indifferenza si fa sempre più vicina, il ricordo la circondò. Il giardino, c’era un’altalena di plastica, i piatti di ceramica bianchi a fiori viola ora riposti in uno di quegli scatoloni anonimi, il piccolo letto a fianco di quello matrimoniale, il quadro con le peonie dipinte appeso nel corridoio, il suo preferito. D’un tratto fu come se la mancanza di quelle poche cose le rendesse ancora più chiaro ciò che la memoria andava formando, le cedettero le gambe per l’emozione, ma fu solo un istante e il padre la aiutò. Ritornarono dentro e lui chiuse con forza la portafinestra, la bambola ancora in mano.

Forse non avresti dovuto venire…vai a casa, penserò a tutto io” il padre annuì e sparì nel corridoio.

Aiko si appoggiò alla cucina, lo scatolone ancora aperto emanava profumo di tè. Per un istante le parve di vedere con nitidezza suo marito inginocchiato vicino a sua figlia, intento a indicarle qualcosa fuori dalla finestra. Forse una farfalla o una piccola lepre scappata dalla montagna. Fece per chiamarli ma capì che non potevano sentirla e che non sarebbe stato giusto interrompere la loro pace, così lasciò che si dissolvessero con estrema lentezza davanti ai suoi occhi. Quando la cucina tornò a essere vuota si accorse che il cuore le impazziva nel petto e che aveva il respiro affannoso, si portò la mano al collo tornando a respirare con pazienza. Soltanto dopo diversi minuti riuscì a chiudere lo scatolone e uscire dalla stanza muta. Notò che in soggiorno era rimasto poco o nulla, sarebbero bastati un paio di giri fino alla macchina e la casa sarebbe stata vuota per sempre. Quella certezza le donò un senso di appagamento e rilassatezza, capì che si sarebbe sentita bene solo dopo essersi chiusa la porta alle spalle per l’ultima volta.

Sentì improvvisamente freddo e uscì sul pianerottolo ancora silenzioso, solo il timido sibilo del vento si era insinuato sù per le scale.

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FINE

4 pensieri su “Il sibilo del vento

  1. Sarò costretto a rileggere per fornirti un parere più significativo…hai una trama molto intensa e ricca ..i dettagli sono ben definiti, chiari – chi legge è nella scena. Alcuni dettagli sono superflui a mio avviso…alcuni punti di domanda troppo deboli per adattarsi alla fluidità di come scrivi ( faccio l’esempio delle pere ) o trovi il modo di contestualizzarle meglio inserendole con più vigore o cambi riferimento..( mi sembra che ti interroghi due volte sulle pere ) e considerando che una pera all’ esterno non vive molto …diciamo che allontana e apre troppe altre idee che il letrore non deve avere…chi legge deve scorrere trasportato dalle tue parole…non deve mai aprire la mente ( durante la lettura…dopo si ) è un bel lavoro…unica cosa che devo dirti è il ritmo narrativo…si interrompe spesso…devi individuare le parti deboli e sfoltirle…e un mio parere…da divoratore di libri…mi permetto di rileggere e fornire altro dettaglio…

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    • Ciao! Scusa la risposta in ritardo, ma mi ero persa la notifica del tuo commento :). Grazie per la tua analisi precisa, mi fa piacere a prescindere perchè significa che l’hai letto, ti sei fatto un tuo parere e hai pensato valesse la pena condividerlo con me, che non è cosa da poco. Lo riguarderò sicuramente, pensando alle tue parole 🙂

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      • Non hai da scusarti..mi fa piacere e ho letto qualcosa di molto bello. Hai bellissimi concetti da esprimere e le parole le usi bene. Infatti l’appunto è solo riferito ad una possibile revisione. Non sottovalutare questo aspetto è determinante …ci sono strati in fase di gestione dell’ opera..che da creatori non riusciamo a verificare e correggere. Come a voler dire io l’ho scritto e meglio di cosi non esiste. Invece spesso con piccoli Accorgimenti si rendono più armoniche le cose. Una su tutte non dare mai a chi legge opportunità di riflettere…di porsi domande…di smentite con la logica ciò che scrivi… Se dovessi in una descrizione che il sole era nero …in quel giorno..chi legge si blocca e si mette a ragionare…e dunque si allontana dall’ opera e contraddice chi scrive. Però…tralasciati i dettagli..ho avuto modo di rileggere…è molto bello..brava.

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