Veleno e Sogni terza parte

Buongiorno lettori! Oggi concludiamo il racconto Veleno e Sogni con l’ultimo capitolo. Se vi siete persi il primo e il secondo episodio, eccoli. Spero davvero che questa piccola storia vi abbia appassionato e fatto compagnia :).

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L’ufficio della direttrice del Centro Ricreativo era una stanza quadrata, sobria, qualche attestato alle pareti, un’austera scrivania in mogano e un nugolo di piante grasse sopra lo schedario nero. Una ragazzina di dodici anni stringeva al petto dei libri e stava a gambe serrate e composta su una delle sedie di fronte alla scrivania. L’altra era occupata da Takako. “Lori, cara, dì al detective cos’è successo” la direttrice le sorrise.
La ragazzina si sistemò gli occhialini sul naso, annuì con serietà e si girò verso il poliziotto “Era sera tardi. Io ero ancora qui perché seguo il corso di disegno. Stavamo facendo una pausa e mi sono messa a guardare dalla finestra. Ho visto Shinji che usciva in cortile, si è acceso una sigaretta e guardava il cellulare. Poi è arrivata una ragazza, hanno parlato, poi litigato. Non ho sentito cosa si dicevano, mi dispiace ma i vetri sono resistenti e io guardavo dal secondo piano. Lui l’ha spinta a terra, lei è caduta e Shinji si è voltato per rientrare ma lei si è rialzata subito. Ha preso un mattone, ce ne è un mucchio lì dietro da quando hanno interrotto i lavori. La ragazza l’ha colpito alla testa e lui è caduto” lo guardò “Poi lei è corsa via”.
“Puoi descrivermela?” chiese Takako, mentre sentiva un fastidioso formicolio arrampicarsi su per la schiena, fino alla nuca. Si spostò sulla sedia scomoda.
“Bellissima. Giovane direi, ma più grande di me”.
Al poliziotto bastò far scivolare fuori dalla tasca una foto a mezzo busto per rispondere ad uno dei tanti quesiti rimasti.

“Il mio cliente intende rilasciare una piena confessione, in cambio di uno sconto di pena. In fondo dal suo racconto si evince chiaramente che ha soltanto partecipato, non è l’ideatore né l’artefice diretto del delitto” l’avvocato, seduto di fianco a Volant nella sala interrogatori, fissava Moruchi imperturbabile.
Era un alto papavero di un prestigioso studio legale, il signor Gou l’aveva assunto appena un’ora e mezza prima. L’avvocato si era subito recato al distretto, interrompendo l’interrogatorio e riservandosi un lungo colloquio privato con il ragazzo. Usciti entrambi di lì si erano seduti nuovamente al tavolo degli interrogatori, i detective e il capo li guardavano rimanendo in piedi.
“Cosa fa pensare al suo cliente di poter avanzare tante pretese, avvocato Ikeda? Ormai abbiamo le prove del suo coinvolgimento nell’omicidio” disse Moruchi, mani in tasca, schiena eretta, sguardo attento. I detective ai suoi fianchi.
“Perché le prove che avete non hanno senso senza una completa confessione, sono solo indiziarie” sorrise “E ho saputo che l’altra sospettata, la signorina Ogawa, non ha rilasciato alcuna dichiarazione, al contrario di ciò che avete voluto far credere al ragazzo” alzò le spalle, si sistemò i polsini di madreperla che spuntavano dalla giaccia cucita a mano “A questo punto, avete bisogno del mio cliente per concludere il caso. O volete che i media vi crocifiggano ancora un po’?”.
Moruchi fremette sotto la giacca, stirò appena il collo “Chiamerò il Procuratore” e uscirono tutti e tre.
Il Procuratore Kobu arrivò quarantacinque minuti più tardi, convocato d’urgenza dal suo ufficio in Tribunale.
Dopo aver patteggiato 7 anni di carcere per Gou, con la possibilità di uscire dopo quattro per buona condotta, uscì dalla stanza e infilò un documento nella cartellina di pelle “E’ tutto vostro” disse a Sakiwara.
I detective entrarono, installarono una telecamera su un treppiedi e azionarono un registratore. Dopo aver elencato le generalità del ragazzo, Takako fece un cenno a Ikeda e questi sfiorò il polso del ragazzo, che iniziò la sua confessione.
“E’ iniziato tutto una sera, Watanabe ci aveva chiesto di vederci al motel come sempre. Gli avevamo già detto tutto, avevamo anche fatto delle registrazioni per lui, i favori continuavano, avevamo corretto insieme il suo copione, aggiungendo le nostre impressioni e le nostre esperienze. Dovete capire che ce l’aveva promesso, ci aveva dato la sua parola e noi contavamo su di lui per uscire da quel giro. Volevamo allontanarcene e lui era la nostra occasione, era venuto a cercarci e noi l’avevamo accontentato, raccontandogli tutto. Pensavamo fosse il meglio per noi, per finirla con gli intrighi, gli scambi di favori e pensavamo che grazie a lui non avremmo più dovuto avere a che fare con quella gente. Aveva promesso che ci avrebbe fatto fare gli attori nel suo documentario, che saremmo potuti andare a Tokyo, in America, che saremmo diventati famosi” Volant alzò lo sguardo su Sakiwara “Quella sera mancava solo qualche dettaglio, invece lui era diverso. Aveva cambiato idea, ci disse che il documentario si sarebbe trasformato in un semplice film, che avrebbe cambiato dei dettagli, che per guadagnare più soldi avrebbe dovuto mettere giovani attori già famosi. Che gli dispiaceva, che pensava davvero di poterci aiutare, ma il business, i produttori, la casa di produzione non avrebbero accettato un lavoro del genere. Disse che ci avrebbe citato come fonti e che sicuramente qualcuno avrebbe voluto intervistarci” sorrise, scuotendo il capo “Noi lo guardavamo senza parole, lo ascoltavamo ed eravamo nel panico. Io almeno. Shinji era triste, deluso, ma forse si preoccupava meno, sapeva di poter arrivare lontano anche senza Watanabe o almeno ci credeva. Indie, cioè Nioko.. era così arrabbiata, non ho mai visto una persona così piena di odio. La vedevo piangere e non emetteva neanche un fremito, un rumore, nulla. Lo fissava come se volesse trafiggerlo. Watanabe prese il suo copione e uscì dal bungalow, come se niente fosse”.
“Vi ha liquidato” commentò caustico Takako.
Gou alzò lo sguardo lentamente e lo fissò “Già. Ma noi ci siamo riusciti meglio di lui. E’ stata Indie, ha architettato tutto lei e noi ci siamo limitati ad aiutarla. Mio padre fa il veterinario e spesso svolge consulenze per le riserve acquatiche dell’isola, compresa quella delle razze. In questo periodo va lì spesso per curare alcuni esemplari, ha le chiavi dell’ingresso dipendenti. Shinji ha detto che era meglio ucciderlo senza lasciare tracce e mi è venuta in mente una razza velenosa. Ho visto da mio padre come si trattano” alzò le spalle “Narcotizzato il trigone è stato facile tagliarli l’aculeo, l’ha fatto Indie, aveva gli occhi iniettati di sangue. Voleva infilarlo nel collo di Watanabe, aveva organizzato tutto, quella è stata la sua migliore interpretazione. Noi sappiamo quanto può essere avida la gente dello spettacolo” sorriso, sbieco.
“Perché Watanabe ha accettato di rivedervi, dopo avervi abbandonato al bungalow in quel modo?” chiese Takako.
“Non ha accettato di rivederci, ma Indie sì. Le è bastata una telefonata, è brava a recitare. Troppo brava anche per lui. Si sono incontrati nel parcheggio della vecchia fabbrica di vasi. Noi li tenevamo d’occhio dall’auto di mio padre”.
“Come l’ha convinto?” intervenne Sakiwara.
Volant li guardò “L’avete vista, no? Watanabe deve aver pensato che fosse la sua serata fortunata”.
Gigli bianchi ovunque si posasse l’occhio.
Il profumo permeava tutta l’aria attorno a loro, a Sakiwara sembrò che anche la sua giaccia leggera ne fosse impregnata e che ne avrebbe portato l’aroma ancora per diverso tempo. Le chiome dei cipressi dondolavano nel vento caldo, il clima quasi torrido. Era mezzogiorno e il sole cadeva a picco su di loro, i cappelli tra le mani in segno di rispetto non permettevano di proteggersi dalla forza dei suoi raggi.
Tutti sembravano muoversi al rallentatore, come in una vecchia pellicola sbiadita, forse a causa dell’afa o del silenzio squarciato solo dalla voce profonda e monotona del monaco shintoista. L’incenso bruciava attorno alla fotografia incorniciata di Matami Shinji.

Takako, infilato in uno dei suoi migliori completi scuri, sovrastava quasi la maggior parte dei presenti per la stazza. Immobile al fianco della collega, vicino al cipresso; avevano trovato una striscia d’ombra in cui rifugiarsi.
“Sono felice che sia finita” disse lui, senza distogliere lo sguardo dalla processione.
“Quei due ragazzini mi davano i brividi” annuì lei, poi alzò appena le spalle “Come si fa ad avere tanto odio dentro?” disse, finendo quasi per sussurrare.
“Non hanno avuto una vita facile, nonostante tutto”.
“Già” la poliziotta scosse la testa “Non sempre è oro quello che luccica, eh?” sorrise con amarezza.
“Ogni tanto ci penso… la notte” Takako lasciò che il suo sguardo puntasse verso il sole alto “Con che forza d’animo hanno trascinato quel corpo dentro la fabbrica, per issarlo nella vasca” scosse la testa.
“E’ incredibile, lo so” sembrò voler aggiungere altro, ma rimase zitta.
“Pare che il processo sarà abbastanza rapido, ammesso che ci si arrivi. L’avvocato di Nioko è un osso duro, uno dei più rinomati dell’isola. Patteggerà di sicuro, Moruchi mi ha detto che vuole invocare l’infermità mentale. Una ragazzina plagiata dalla vita, ecc ecc… e chissà che non sia vero” sospirò, infilando le mani in tasca “Nessuno dei due vedrà mai negli occhi una giuria”
Sakiwara mugugnò con stizza e alzò le spalle, lasciando vagare lo sguardo lì intorno.
“Non da molta soddisfazione, vero?” il collega abbassò lo sguardo verso di lei.
Si scambiarono un lungo sguardo silenzioso, poi la donna annuì lentamente e lasciò vagare gli occhi sul prato, sugli alberi, sui gabbiani nel cielo “No, per niente” infilò le mani nelle tasche del jeans nero “Ma dobbiamo accontentarci anche questa volta”.
I detective si incamminarono, raggiunsero l’auto di Takako. Salirono e si allontanarono. L’asfalto sotto di loro li portò lontano, alla quotidianità che riprendeva il sopravvento con violenza. Sakiwara alla sua casetta indipendente, che divideva con il compagno e tre cani indiscutibilmente amati. Il detective all’abbraccio di sua moglie, alle preoccupazioni di un figlio che cresce e di un mondo che muta troppo velocemente.

Il cielo sopra l’isola s’infiammò del sole dell’ora di punta. Alto e splendente, pulsava con eccessiva prepotenza.
I grattacieli, le villette a schiera, i grandi edifici del centro, le bandiere sventolanti nell’aria calda. Sbattevano come fruste, dondolanti insieme alle larghe e lunghe foglie verdi delle palme nei viali e sul lungomare. L’Oceano si increspava con più calma, lento e imperturbabile di fronte alle passioni umane, si infrangeva contro gli scogli e schiumava bava che sapeva di salsedine. Pesci multicolori e predatori ne affollavano le acque, come i palazzi che su quel mare si affacciavano, cari al metro quadro tanto quanto era bello lo scorcio che promettevano.
Isolani e turisti, come formiche, passeggiavano e macinavano cibo e parole, tutti spinti da due semplici e banali, quanto pericolose, forze. L’Amore e l’Odio.

FINE

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