Veleno e Sogni seconda parte

Ben ritrovati lettori al secondo capitolo del mio racconto giallo Veleno e Sogni. Se vi siete persi la prima parte, eccola qua…e buona lettura, grazie!

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“Erano sempre in quattro, venivano spesso sì. Davo loro il bungalow C, quello più tranquillo, si fermavano per tre o quattro ore di solito. Pagava tutto lui, arrivava sempre prima dei ragazzi. Loro arrivavano poco dopo in taxi, qualche volta con una macchina bordeaux se non sbaglio”.
Il proprietario del KK Motel era un ometto basso di origini cinesi, baffetti ben curati e vestiti stirati. Aveva fatto accomodare i due detective nella saletta d’attesa addossata alla reception, dove era solito accogliere i clienti. Il motel consisteva in una struttura centrale con sedici stanze matrimoniali disposte su un unico piano, affacciato sul parcheggio privato. Il lato opposto della spianata in cemento vedeva innalzarsi quattro bungalow di piccole dimensioni, casette in miniatura con bagno privato e cucinino. In quel momento erano parcheggiate quattro automobili e occupate sei stanze.
Sakiwara rilesse velocemente gli appunti che aveva preso durante il colloquio, ticchettò impaziente con le dita sul block notes, poi alzò lo sguardo all’uomo “Hanno mai fatto richieste particolari?”.
L’uomo scosse la testa e indicò il bancone dietro cui passava la maggior parte della sua giornata “Come può notare, dalla mia postazione vedo benissimo il bungalow C e posso assicurarle che uscivano di rado. Solo in un paio di occasioni uno dei ragazzi ha raggiunto il distributore di bibite. Per il resto se ne stavano chiusi lì, se non ricordo male è capitato che ordinassero delle pizze, ma nient’altro. Non hanno mai dato problemi”.
Lei lo osservò “Non hai idea di cosa facessero là dentro?”.
Il proprietario sembrò imbarazzato da quella domanda, si spostò sulla poltroncina e sospirò “Non fraintendetemi, non sono certo uno che si interessa delle faccende private degli ospiti, ci mancherebbe. Non origlio né ho mai installato videocamere o microfoni nelle stanze, come fanno certi altri” deglutì “Però, in effetti, è capitato che andassi a controllare che i bungalow fossero ben chiusi e passando davanti al C ho sentito qualcosa”.
Takako lo invitò a continuare con un cenno e un sorriso fiducioso.
L’uomo annuì verso di lui “Ecco, sì. Si sentiva la voce del regista, non ricordo le parole precise. Parlava di un provino e di qualcosa da confessare, aveva un tono confidenziale e molto tranquillo. Questo lo ricordo. Io ho sentito solo la risposta di uno dei ragazzi, uno dei maschi, non so quale. Gli disse qualcosa riguardo una pubblicità… non so altro” alzò le spalle “Non sono rimasto ad ascoltare, non erano certo affari miei. Ho controllato i bungalow e sono ritornato qui” li guardò.
“Ha mai notato se portavano valigie, borse o altro?” chiese Takako. Si era seduto sul bordo della poltrona in pelle color testa di moro, la grande mano posata sul ginocchio malandato. Si passò un dito sotto alle narici, come per scacciare una piuma invisibile.
L’uomo sembrò pensarci qualche istante, poi annuì “Il regista aveva sempre con sé una cartellina, anzi no un raccoglitore di carta. Dentro c’era un copione, o almeno così mi diede ad intendere una volta”.
“Cosa disse di preciso?”.
“Una sera gli chiesi come andavano gli affari, sa avevo letto sul giornale che stava girando le scene per il nuovo film. Non mi era mai capitato di avere un ospite tanto prestigioso, così ne ho approfittato per farci due chiacchiere. Una persona proprio alla mano. Quella volta lui sorrise e alzò il raccoglitore che teneva sotto braccio, mi disse Con questo nuovo progetto, alla grande!” l’uomo sorrise.
Sakiwara scrisse qualcosa “I ragazzi portavano qualcosa?”.
L’uomo scosse il capo “No, direi di no”.
Il detective annuì appena, il suo cervello stava già mettendo insieme i nuovi indizi, alla ricerca di una rivelazione. Si alzò e tirò fuori dalla tasca interna della giaccia del completo una busta marrone, dentro due foto. Le posò sul tavolino basso davanti al proprietario del motel “Li riconosce? Sono loro i ragazzi che incontravano Watanabe?”.
L’uomo le prese in mano, ma non ebbe bisogno di osservarle per molto “Ne manca uno. Comunque sì, sono loro due” alzò lo sguardo ai detective.
La poliziotta lanciò un’occhiata al collega e si alzò anche lei, non prima di aver ripreso le foto a mezzo busto di Ogawa Nioko e Gou Volant.
Usciti dal motel si divisero, Takako si diresse a casa Gou per controllare gli eventuali progressi della Scientifica, mentre la collega andò direttamente da Moruchi per un aggiornamento al volo.

“Dimmi che ci sono novità” Takako scese le scale e raggiunse il garage sotterraneo.
La squadra della Scientifica era già all’opera da diverse ore, il nastro giallo proteggeva l’area intorno ai posti auto numero 4 e 5. Diversi uomini in tutta antisettica lavoravano attorno ad attrezzi e all’interno di una Honda, lui raggiunse quest’ultima con passi spediti.
“Qualcosa” l’agente Sato si alzò in piedi e gli andò incontro. Indicò con il dito guantato i sedili dell’auto a tre porte “Sul tappetino dietro al sedile anteriore del passeggero abbiamo trovato dei capelli, medio lunghi, neri”.
“Come quelli di Watanabe” commentò subito il detective.
L’agente alzò le spalle “I risultati arriveranno stasera, al più tardi domani in tarda mattinata. Dipende quando finiamo qua, c’è ancora parecchio da controllare. Ad ogni modo la stoffa del sedile è impregnata di un liquido particolare, ad occhio ti direi essere acqua salata. Ma anche per questo mi riservo di aggiornarti dopo che avrò eseguito i test in laboratorio” annuì.
“Mmh, altro?” lanciò un’occhiata al garage e agli attrezzi da lavoro.
L’agente ne seguì lo sguardo e scosse il capo “Niente di che da quella parte, semplice attrezzatura per la manutenzione dell’auto e per l’hobbistica”.
“Controllami le impronte digitali sull’auto. Voglio sapere se l’ha guidata anche il figlio”.
“Ti farò sapere” il tecnico annuì, poi tornò al suo lavoro.
“Matami Shinji, sedici anni, nato in Hokkaido, trasferitosi sull’isola con la madre e i nonni sei anni fa. La madre è un’assistente sociale. I proprietari del Centro Ricreativo dicono che veniva qua quasi tutti i pomeriggi per insegnare tennis ai bambini. La madre ha chiamato il distretto quando non l’ha visto tornare a casa dopo cena. Non ci sono testimoni. Il corpo era riverso dietro quel cassonetto, ha una ferita dietro la testa, probabilmente l’hanno colpito con uno dei mattoni là in fondo” l’agente accorso per primo sul posto terminò il suo rapporto e i detective lo lasciarono andare.
Sakiwara si avvicinò al cadavere coperto dal lenzuolo bianco, lo scostò appena e osservò il viso delicato e bellissimo del ragazzo. Sospirò e lo coprì di nuovo.
Takako si scostò da lei e osservò la facciata del grande Centro Ricreativo, mattoni a vista e calce. Il sole si era appena alzato dopo la notte e tutto l’isolato era circondato da una foschia rosata, timida e silenziosa. Un gruppo di curiosi mattinieri si drizzava al di là del nastro giallo, allungavano i colli come brontosauri per sbirciare la morte. I detective distolsero lo guardo e s’incamminarono verso l’unica auto senza insegne.
Era ancora notte quando la voce di Moruchi aveva svegliato Takako dicendogli di andare subito al Centro, avevano trovato un cadavere, un ragazzino aveva aggiunto laconico, ancora addormentato. Ancora in mutande e canottiera aveva svegliato la collega, le aveva detto che sarebbe passato a prenderla dopo un quarto d’ora e lei aveva biascicato un sì poco convinto. Poi, naturalmente, l’aveva trovata impettita fuori dal cancelletto. Capelli spettinati, occhiali da sole per nascondere le troppe poche ore di sonno, era sgusciata in auto come un’anguilla. Su strade umide e zitte avevano raggiunto la scena del crimine, un’ora dopo si preparavano a dirigersi in ufficio.
Ho mandato un agente al motel per l’identificazione del ragazzo. Giurerei che è il nostro Shinji, il ragazzo mancante” disse Sakiwara, sull’auto in movimento.
“Sono d’accordo” Takako annuì “Credo sia il momento di ricapitolare le cose. Watanabe, noto regista, si incontrava assiduamente, la sera, con tre minorenni in un motel. Con un copione misterioso. I suoi collaboratori sembrano non saperne niente e il suo agente ha fatto scena muta ieri, quando l’ho interrogato”.
“Cosa c’entra tutto questo con il suo assassinio?” ragionò ad alta voce la donna.
Il collega azionò la freccia direzionale sinistra e si incolonnò “Ottima domanda, forse niente. Forse la pista è completamente sbagliata”.
“Dobbiamo interrogare di nuovo i ragazzi. Non può essere soltanto un caso che Shinji sia morto”.
“Perché quei ragazzi avrebbe dovuto volere Watanabe morto? Non ha senso” sentenziò Takako.
Lei lo guardò intensamente “Ci rimane il copione. Dov’è finito?”.

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Gli interrogatori iniziarono dopo un’ora, il distretto era in piena attività e il fervore era palpabile dai brusii nei corridoi, dalle porte sbattute e dalle tazze semipiene lasciate su ogni superficie libera, dimenticate.
“Non so di cosa sta parlando” Nioko sputò le parole in faccia al detective Takako.
Una porta più in giù nel corridoio Gou era seduto ad un tavolo per gli interrogatori, in una stanza identica a quella dov’era tenuta l’amica. Sakiwara lo guardava, posò i palmi aperti sul tavolo “D’accordo, ricominciamo. Cosa facevate tu, Ogawa Nioko e Matami Shinji con Watanabe al KK Motel?”.
“Forse non mi ha sentito detective” la sua voce melliflua calcò l’ultima parola, si sporse sul tavolo fissando Takako con i suoi occhi diamantini “Io non conosco nessun Matami, nessun Gou e non conoscevo quel regista. Si sta sbagliando”.
“Quindi, non dici niente? Hai deciso di fare scena muta?” Sakiwara annuì “E’ un tuo diritto, ma fossi in te inizierei a raccontare qualcosa che mi tenga sveglia. Nioko, o Indie se preferisci, lo sta già facendo, è con il mio collega nella stanza accanto” alzò il braccio per indicare lo specchio alle spalle del ragazzo.
Gou si girò a guardare la parete a specchio, sapeva che era uno di quei vetri da cui la gente può spiarti, e ascoltarti. Era appassionato di telefilm gialli. Per un istante si chiese come fosse arrivato fin lì, pensò a Indie e deglutì, prima di girarsi verso la detective. Si inumidì le labbra “Lei sta solo cercando di intimidirmi, non le credo”.
“Il proprietario del motel vi ha riconosciuti tutti e tre, Nioko. E se non bastasse questo Volant è di là, sta firmando una deposizione” Takako prese posto sull’unica altra sedia e incrociò le possenti braccia trattenute dal completo grigio “Ci ha già detto tutto. Io sono qui solo per darti la possibilità di darci la tua versione” la fissò, noncurante.

“Invece è vero, la tua amica è di là e ha confessato tutto” la poliziotta alzò le spalle, mentre Gou la fissava, leggermente irrigidito.
“Io non ho nessuna versione” disse Nioko, non muoveva un muscolo.
“E’ impossibile” confermò Volant.
“Peggio per te, comunque. Al procuratore ne basta una soltanto per incastrarvi tutti e due, quella di Gou Volant l’abbiamo” il detective si alzò, diretto alla porta.
“Non è molto furbo da parte tua lasciare che sia lei a darci la sua versione, non credi?” gli chiese Sakiwara.
Gou sentì una goccia di sudore formarsi tra la peluria invisibile che lui amava considerare l’inizio di una barba. Nioko inarcò un sopracciglio perfettamente delineato e fece schioccare la lingua. Entrambi si chiesero, nello stesso istante, di chi potevano fidarsi.
La ragazza non tentò di fermarlo e Takako uscì dalla stanza interrogatori, si chiuse la porta alle spalle e guardò Moruchi scuotendo la testa. Da lei non avrebbero cavato una parola. Il detective la osservò, non visto, dal vetro e pensò a quanto potevano essere duri i ragazzini. Un tempo, ai suoi tempi, non erano così spigolosi, così disincantati. Cosa potesse esserle successo per farla diventare così sprezzante?
Il capo batté un pugno sulla scrivania e ringhiò qualcosa di incomprensibile. A lunghe falcate raggiunge l’altra anticamera, oltre il vetro si ritrovò a osservare una scena che lo incuriosì particolarmente.
Un ragazzino, uno sbarbato con i capelli lunghi sino alle orecchie, mossi da cherubino, occhi languidi e braccia muscolose, abbronzate. Se ne stava con la testa tra le mani grandi, Moruchi pensò d’aver intravisto delle lacrime sui suoi polsi, traslucide sotto i neon appesi al soffitto. Scarnificavano ogni dettaglio della scena, scoprendo la stanza senza riserbo.
Sakiwara si era seduta a capotavola, alla destra del ragazzo e lo guardava. La vide fare un movimento lento in alto e in basso con la testa, condiscendenza e pazienza. Dall’atteggiamento della poliziotta il capo capì che stavano ottenendo qualcosa. E qualunque cosa era meglio di niente, quando avevi sindaco e media e aggrappati ai calcagni con i denti.
“Vuoi un bicchiere d’acqua Volant?”.
“No… no” sospirò.
“Allora dimmi. Ti ascolto” lo guardò, inclinando il capo.
Il ragazzo si pulì il viso di nuovo e fissò la donna per qualche istante, notò che i suoi occhi neri erano asciutti e quasi opachi. Trasmettevano un brivido sensuale, Gou lo sentì arrampicarsi lungo la coscia, sfiorargli il cavallo dei pantaloni e perdersi nel groviglio del suo stomaco. Deglutì, si inumidì le labbra e abbassò lo sguardo, preparandosi a dirle tutto.
Non aveva avuto bisogno di domandarsi per troppo tempo cosa fosse meglio fare. Indie stava davvero confessando nella stanza accanto? Lui sapeva di non poterne essere sicuro, ma la sola eventualità lo spaventava più di ogni altra cosa. Non si vergognava di provare una sincera paura primordiale nei suoi confronti, aveva sentivo una specie di scossa elettrica già la prima volta che si erano incontrati. Una notte, in quel bungalow. La forza di volontà di Indie l’avrebbe potuta spingere a fare e dire qualunque cosa, se avesse pensato di poterci ricavare qualcosa. E lui non aveva intenzione di lasciarsi trascinare da lei, non senza lottare, non senza fare un tentativo. Avrebbe sempre potuto essere la sua parola contro quella di lei, ormai per Shinji era tardi schierarsi.
Così Gou Volant, l’aitante giovane di diciassette anni, ritornò a guardare Sakiwara e iniziò a parlare.
“Eravamo noi a incontrarci con Watanabe, non sempre al motel. Di pomeriggio è capitato di trovarci al museo perché Indie andava lì ogni giorno dopo la scuola e noi la raggiungevamo. C’era anche un pub, ci siamo andati solo una volta, non so perché l’avesse scelto. Era lui a dirci quando e dove, ci mandava un SMS. Nessuno ha mai mancato un appuntamento” alzò le spalle “Con lui parlavamo di cinema, di film, dei suoi progetti. Tutti noi avremmo voluto fare gli attori, ma per il momento non abbiamo concluso molto. Forse a Tokyo sarebbe più semplice farsi dei contatti seri, conoscere le persone giuste, presentarsi, candidarsi ai provini. Ma qui… l’isola è un mondo a sé e ha le sue regole. L’abbiamo imparato presto tutti e tre” annuì, abbassando lo sguardo.
La detective registrava tutto mentalmente e rimaneva in silenzio, il ragazzo non aveva bisogno di imbeccate e andava bene così. Almeno per ora.
“Indie non è ancora arrivata alla televisione, la sua bellezza straordinaria è un’arma a doppio taglio. Alcuni le hanno detto che era troppo bella per una certa pubblicità o per un’altra. Ha fatto delle sfilate e qualche promozione nei locali, nelle piscine. Il mio apice è stata una pubblicità televisiva per una marca di occhiali da sole, l’anno scorso la mandavano in continuazione e avevo fatto anche qualcosa per le riviste giovanili, ma poi ne sono arrivati altri più giovani di me e ho fatto solo robetta. Shinji, lui sì, aveva quasi sfondato. Non aveva mai frequentato una scuola di recitazione, né aveva preso lezioni private, ma era un attore nato. Oh sì, lui aveva qualcosa in più di tutti. Un dono” Gou si zittì e si passò una mano tra i capelli.
“Eravate amici da molto voi tre?” s’intromise lei.
“Oh no, ma abbiamo fatto presto a conoscerci stando con Watanabe. Lui voleva sapere tutto delle nostre esperienze e ci siamo confessati durante gli incontri, così li ho conosciuti” annuì.
“Perché gli interessavate tanto?”.
Alzò le spalle “Portavamo a galla tutto il marcio che c’è nel mondo dello spettacolo e lui aveva bisogno di noi” il ragazzo guardò avanti a sé “E noi gli abbiamo rivelato tutto…”.
Sakiwara si passò una mano sul collo, faceva caldo nella stanzetta, iniziava a sudare. Guardò il ragazzo, ma lui sembrava non accorgersene. Qualcosa continuava a sfuggirle.
“Cosa gli avete rivelato?” chiese, improvvisamente nervosa.
Il ragazzo si voltò, la fissò “Di quei provini, delle cose che ci chiedevano di fare” disse “E di tutto il resto. I favori, gli appuntamenti, le serate, le concessioni. E’ un vortice da cui è impossibile uscire, se ci provi cadi e ti calpestano” alzò le spalle “Come se non ci fossi mai stato. Hai sempre qualcuno più giovane dietro le spalle che spinge, prega solo che tu finisca per sparire così sarà il suo turno”.
La poliziotta ricambiò lo sguardo serio di Volant e in fondo, da qualche parte nella sua testa, qualcosa si mosse. Lentamente capì.
“Mi stai dicendo che tu, Nioko e Shinji avete dovuto.. diciamo barattare prestazioni più o meno intime in cambio di visibilità? Occasioni? Contratti?” lo fissò.
Un solo angolo della bocca del ragazzo si curvò all’insù, un lieve cenno positivo della chioma bruna, poi parlò.
“E’ proprio quello che sto dicendo”.
“E perché a Watanabe interessava tanto la vostra storia?”.
Il sorriso si allargò, abbassò lo sguardo “Voleva farne un film-documentario, un suo progetto personale. Non lo sapeva nessuno, tranne noi”.
“E poi cos’è successo?” la donna inclinò il capo, alcune lunghe ciocche nere solleticarono il tavolo d’acciaio.
Gou rialzò gli occhi, il sorriso scomparve “Le cose non sono andate come previsto”.

Fine seconda parte

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