Un mondo a parte: i fumetti giapponesi.

Buondí lettori! Oggi vi propongo un’intervista molto particolare. Andiamo a esplorare insieme l’altra faccia della lettura nel paese del Sol Levante: i manga.

scassaHo deciso di intraprendere questo piccolo viaggio alla scoperta del ricco mondo del fumetto giapponese con una guida d’eccezione. Ho contattato Juan Scassa, appassionato di Oriente, studioso e professionista del settore. Traduttore e critico di manga, lavora per case editrici e siti web, ci accompagnerà a scoprire i segreti dei fumetti nipponici.

 

Buongiorno Juan, benvenuto su Penne d’Oriente e grazie di essere qui. Cominciamo dal principio, da dove nasce la tua passione per il Giappone?

Ciao Serena e un saluto a tutti i lettori. È difficile rintracciare un momento esatto… al mio amore per la cultura giapponese hanno contribuito vari fattori. Di sicuro l’interesse è nato nell’infanzia grazie all’esotismo dei cartoni animati, per maturare negli anni del liceo con la scoperta della letteratura (ovviamente con Mishima in primo piano) e della cinematografia. Mi ricordo le notti a registrare i film giapponesi da Fuori orario e quanto mi avesse colpito Seppuku di Kobayashi Masaki. Presi però la scelta di studiare lingue orientali all’università con una discreta dose di ingenuità.

Cosa ti ha portato a diventare un traduttore e critico di manga? Quali elementi ti affascinano di questo tipo di scrittura accompagnata da immagini?

Leggo fumetti da quando ho memoria. Sono cresciuto con le riviste Disney, poi il fumetto supereroistico americano e gli shōnen… per poi scoprire l’esistenza di un fumetto altro, underground o d’autore. Il fumetto è sempre stato per me un media che può permettersi più libertà di altri: non ha costi di produzione alti come il cinema e non ha un bacino di utenti enorme. Questo si traduce con maggiore libertà per gli autori, sia nella possibilità di approfondire le storie, sia a livello di contenuto. Il fumetto è un arte sincretica e le immagini passano attraverso la mano di un autore: ogni narrazione è unica. Non c’è limite a quello che può essere definito fumetto o manga. Inoltre lo spazio bianco di ogni fumetto, ciò che il lettore deve immaginare, come ad esempio il movimento dei personaggi tra una vignetta all’altra, è qualcosa che rende il lettore partecipe, protagonista attivo.

Ho iniziato a scrivere di fumetto perché con un piccolo team di amici stiamo sviluppando un database virtuale di fumetto chiamato Becomix.me. Occupandomi del blog è stato naturale iniziare ad approfondire opere o tematiche, tradurre racconti inediti o intervistare autori. Essendo spesso in fiere di fumetto, vuoi per la promozione del sito, vuoi per fare da interprete ad autori, il contatto con gli editori e autori è nato spontaneamente.

Come procede il tuo lavoro di traduttore? Da dove si comincia per operare su un fumetto?

Il passo principale di ogni traduzione è conoscere il testo. Ogni fumetto o libro può portare con sé lessico specifico: antichi canti popolari, battute in dialetto o slang, ecc. Quindi per prima cosa lettura e annotazione delle questioni più problematiche. Si parte quindi poi con la ricerca di materiale e documenti che possono aiutare a comprendere e approfondire le tematiche. Oggi ovviamente internet aiuta: per la traduzione di Ping Pong di Matsumoto ho potuto accedere a molti blog di tennistavolo (italiani, giapponesi e americani). Inoltre, sempre grazie ai social network, è stato semplice contattare il Tennis Tavolo Torino per consulenze linguistiche. Mi ha stupito però trovare diversi blog in cui i giapponesi stessi si domandavano il significato di molte battute: essendo un’opera degli anni ‘90, lo slang giovanile di quegli anni ormai è diventato desueto e i giochi di parole incomprensibili persino per loro. Quando ci si sente pronti si inizia una prima stesura di traduzione. Solitamente la prima stesura è piuttosto grezza e legata al testo di partenza. Da questa poi analizzo le parti più problematiche fino a tormentarmi. Finita la fase di “traduzione grezza” c’è l’adattamento (far suonare bene la traduzione nella lingua finale, dove ogni scelta è una grossa responsabilità). Le traduzioni in seguito sono ancora lavorate da parte dello staff della casa editrice. È molto importante capire quale tipo di traduzione voglia la casa editrice (se più ricca di lessico giapponese, se più adattata, ecc).

Ti occupi anche di gekiga. Di cosa si tratta e perché sono così affascinanti?

Dato che leggo fumetti da sempre, è naturale che arrivati ad un certo punto nella propria vita si senta il bisogno di letture più adulte. Quando iniziai a studiare il giapponese, nel 2005, non conoscevo ancora autori come Tatsumi o Tsuge e i manga, in generale, mi avevano parecchio stufato. La scoperta di un fumetto adulto, sia nel contenuto che nella narrazione, ha incentivato la passione e il desiderio di ricerca. Nel gekiga possiamo scoprire il Giappone autentico: dai drammi metropolitani di Tatsumi, da quello rurale tanto amato da Tsuge Yoshiharu e Katsumata. L’eroguro ci può stimolare in più modi, partendo dai parallelismi con la left-brained literature di Bataille e Artaud. Le correnti alternative come l’heta-uma possono permetterti di scavalcare qualsiasi limite (del buon gusto, sopratutto).

Il gekiga di Tatsumi è spietato: per me i suoi racconti sono lo smascheramento della realtà intima dell’uomo, con i suoi limiti e la sue malvagità quotidiane. Tsuge Yoshiharu ha saputo evolvere il genere, facendolo diventare più personale e aprendolo a squarci lirici. È impressionante come semplici tratti riescano a esprimere la vacuità universale o la mestizia dell’esistenza. Il gekiga è nato alla fine degli anni ‘50 come esigenza espressiva: molti autori non volevano più raccontare storie solo ai bambini, ma descrivere ciò che accadeva in quel dopoguerra. Il Giappone con l’incontro con l’Occidente ha sempre dovuto interrogarsi sulla propria identità. Il fumetto “maturo” occidentale convenzionalmente nasce con A contract with God di Will Eisner del 1978, Il gekiga si sviluppa molto prima e oltre alle istanze storiche è riuscito a esprimere a pieno anche lirismo o un mal de vivre grazie alla incredibile sensibilità dei grandi autori, un tipo di sensibilità difficilmente rintracciabile oggi.

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Città arida di Yoshihiro Tatsumi

 

 

Quando ti ho conosciuto mi hai ammaliato con termini come buraiha e heta-uma. Si tratta di filoni letterari dell’universo manga giapponese, ma cosa puoi dirci di più?

Quando la Coconino mi chiese l’introduzione al volume di Tatsumi Città arida mi trovai in difficoltà: sarebbe stato il quarto volume nella collana Gekiga e l’autore era già stato ampiamente introdotto da grandi critici come Ryan Holmberg e Igort. Mi affiorò l’idea di confrontare la letteratura decadente Burai-ha (corrente non omogenea che raggruppa scrittori come Dazai Osamu, Ishikawa Jun e Sakaguchi Ango) con lo sviluppo di un fumetto maturo e disperato. Il gekiga nasce con tre caratteristiche: assenza di umorismo, ambientazione realistica e regia cinematografica. A livello teorico è lontano dalla letteratura. Inoltre il gekiga era fumetto popolare, non colto. In ogni caso, vuoi per le vicissitudini storiche e culturali, ci sono forti connessioni e caratteristiche comuni, come si può rintracciare nei saggi di Sakaguchi.

«Se le cose stanno così, ciò che chiamo solitudine dell’esistenza, ovvero il nostro paese d’origine, è dunque una realtà tanto crudele e disperata? Penso sia proprio così, crudele e senza speranza. Questa oscura solitudine non permette una via di scampo […] non credo possa esistere una letteratura qualora non vi sia coscienza, consapevolezza di questo paese d’origine», dichiara Sakaguchi nel saggio Bungaku no Furusato (Il paese d’origine della letteratura). Il paese d’origine della letteratura di Sakaguchi è lo stesso del gekiga. La rabbia iconoclasta dei burai si è convertita nell’inchiostro dei gekigaka. Ho tradotto in giapponese il saggio per i familiari di Tatsumi che si sono complimentati molto. Una delle più grandi soddisfazioni della vita.

L’heta-uma invece è un’altra corrente nata sulle pagine della mitica rivista Garo, nel finire degli anni settanta. Le istanze sono molto diverse da quelle del gekiga, e possiamo riassumere “banalmente” come l’esplosione punk nel fumetto giapponese. Si tratta di un genere dove le illustrazioni sono “umili”, un tratto (apparentemente) infantile e “scarso” (heta) accompagnato però dalla delizia (uma), sia nei risultati illustrativi che nella narrazione. Da poco è uscito Tokyo Zombie di Hanakuma Yūsaku, il primo heta-uma ad essere pubblicato in Italia dove ho curato la postfazione. Hanakuma fa parte di una seconda ondata di hetaumaisti. Si tratta di opere umoristiche e nichiliste, dove il patetico si bilancia con il non sense dell’esistenza. Questa unione di “alto” e “basso” ovviamente crea un cortocircuito sinaptico che oserei definire eversivo.

Domanda di rito: quali sono i tuoi autori orientali preferiti e che consigli ai miei lettori?

Per quel che riguarda la letteratura sono legato a quella del Novecento: Ishikawa Jun, Sakaguchi Ango, Fukazawa Shichirō (per citare nomi meno conosciuti). Sono stato molto influenzato dalla letteratura di Abe Kōbō.

Per quel che riguarda i manga consiglio in toto le pubblicazioni di Coconino Gekiga e la più recente collana Doku (che si occupa di un fumetto alternativo contemporaneo). Imperdibili sono opere pubblicate da Hikari, come Gen di Hiroshima o Aula alla deriva di Umezu e i lavori più riusciti di Kago Shintarō. Ultimamente però sempre più editori pubblicano fumetto giapponese maturo: molto interessante è la collana Dynit Showcase (basta citare Tokyo Kaidō di Mochizuki).

Personalmente è difficile dire quali siano i miei autori preferiti, però sicuramente si possono citare in primis Tsuge Yoshiharu (che consiglio ogni cosa sia uscita e a settembre uscirà la raccolta Fiori Rossi edito da Oblomov e tradotto da me) e Nemoto Takashi (maestro indiscusso dell’heta-uma). Ma la lista sarebbe molto lunga e di sicuro includerebbe autori più mainstream come Hagiwara Kazushi. Di fumetto non giapponese il più importante per me è sicuramente Cerebus di Dave Sim.

I tuoi progetti futuri?

A settembre a parte Fiori Rossi dovrà uscire Shine di Kago tradotto da me. È una delle prime opere di Kago dove racconta la sua versione della seconda guerra mondiale. Critica riuscitissima. Più avanti dovrebbe uscire Il Bambino di Dio dei fratelli Nishioka (opera intimamente nichilista e immorale, la adoro).

A parte le traduzioni in uscita continuerò a pubblicare critica sul blog di Becomix, ma ci sono tanti progetti in ballo, alcuni che mi vedono in veste di traduttore, altri da sceneggiatore, musicista e ancora da illustratore, ma ne parlerò meglio a tempo debito.

Grazie di cuore per aver partecipato con tanto entusiasmo e disponibilità a questa intervista.

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E voi, cari lettori, siete appassionati di manga? Quali sono i vostri preferiti? Spero che l’intervista vi abbia fatto un’ottima compagnia, a me ha dato spunti molto interessanti…chissà che un giorno di questi non inizierò a leggere e recensire anche fumetti! 🙂 e presto e buon weekend!

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