Veleno e Sogni

Buongiorno affezionati lettori! Oggi vi propongo la prima parte di un mio giallo ambientato in Giappone, a cui seguiranno gli altri due capitoli nelle prossime settimane. Nella speranza che vi piaccia, vi ringrazio di cuore per la costante presenza e attenzione.

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L’acqua era limpida, d’una tonalità trasparente di verde acido. Non c’erano tracce di chiazze rosse.
Il corpo era riverso nella vasca, l’acqua bassa non arrivava a coprirne il ventre prominente, ricoperto da una giacca scamosciata ormai zuppa. La cravatta galleggiava sul pelo dell’acqua, una macchia oblunga e molle, gialla.
Le piccole tartarughe verdi, ancora cucciole, gli nuotavano intorno, tra le gambe divaricate, passando sulle mani gonfie, tra la peluria bionda dei capelli rasati e attorno alla pianta del piede, la cui punta incastrata in costose scarpe italiane emergeva dall’acqua come un iceberg.
Quattro operai della fattoria stavano impalati, fissando i detective, senza emettere un suono.
“Chi l’ha trovato?” la voce baritonale di Takako risuonò nello spazio chiuso, una debole eco si produsse tra i teli di plastica.
Era un omone dalla stazza appariscente e forti spalle da ex giocatore di rugby.
Un operaio, avvolto in un camice blu con una tartaruga ricamata sul taschino sotto la scritta ASIA TURTLES FARM, fece mezzo passo avanti.
“Io, mezz’ora fa iniziavo il turno” disse.
La donna lanciò un’occhiata all’orologio da polso, le otto del mattino. Si guardò intorno, c’era odore di sale, di animali e l’unico rumore riconoscibile era il fruscio dell’acqua provocato dalle tartarughe. A lei non era mai piaciuto quel posto, metà parco zoologico per turisti e metà fabbrica-macello dove si allevavano tartarughe per il commercio legalizzato della carne.
Takako si girò a guardare la compagna “Il direttore?”.
Sakiwara alzò le spalle “L’hanno avvisato, dovrebbe essere qui tra poco. Era sull’altra isola quando lo hanno chiamato” scambiò uno sguardo eloquente con il collega e poi si rivolse agli operai “Quanti accessi ci sono a questa zona?”.
Una ragazza giovane con il camice aperto guardò la detective.
“Qui siamo nella zona più interna della fabbrica, solo al personale è permesso accedervi. Qui teniamo le tartarughe appena nate e da quella parte” indicò un telo blu che fungeva da separé “Ci sono le altre vasche e poi si accede alla zona smaltimento e distribuzione”.
Sakiwara pensò che era un gran bel modo per dire macello e impacchettamento. Sospirò appena, passandosi una mano nei lunghi capelli neri. La ragazza riprese a parlare, spostando lo sguardo tra i due detective in borghese.
“Per arrivare qui si può passare dall’ingresso dei dipendenti, è uno solo, quello che avete usato voi. Oppure dalla zona delle altre vasche. Per entrare nello stabilimento c’è un accesso di emergenza e di servizio anche nel reparto distribuzione”.
L’investigatore Takako la guardò, infilando le mani nelle tasche del pantaloni di lino “La zona dei turisti dove si trova?”.
“E’ dall’altra parte dello stabilimento, i turisti non hanno accesso diretto alla fabbrica” disse l’operaio che aveva trovato il corpo.
“Chi resta la notte in azienda?”.
“Soltanto tre operai, per controllare gli animali nelle vasche” disse “E naturalmente la guardia al cancello esterno. Nessun altro”.
Il detective mugugnò qualcosa.
Sakiwara annuì al collega e chiamò un agente per accompagnare gli operai a rilasciare una dichiarazione. Takako si avvicinò, aveva una maledetta voglia di fumarsi un sigaro ma aveva promesso alla moglie di smettere. Sospirò e si grattò il mento rasato di fresco.
“Soki dovrebbe essere qui a breve” disse lui, guardando verso la porta da cui erano arrivati, in attesa del medico legale.
“Non c’è sangue, nemmeno una goccia” Sakiwara piegò le ginocchia vicino al bordo vasca.
“Lo so, strano vero?”.
“Già, ma senza Soki ne sappiamo ben poco. Bisognerà aspettare l’autopsia” si rialzò.
La donna fece qualche passo lì intorno, scostò un tendone e vide altre grosse vasche nell’enorme magazzino.
“Verrà fuori un bel casino” Takako guardò la collega di dieci anni più giovane.
“Strano che fuori non ci siano già gli avvoltoi pronti a pasteggiare” disse lei, pensando alle emittenti televisive dell’isola.
“Oh non temere, arriveranno presto” si avvicinò alla porta e la spinse, un lungo corridoio si snodava e un poliziotto in uniforme pattugliava l’uscita “Apriranno ai turisti anche oggi?”.
“Figurati se perdono un’occasione per fare soldi” Sakiwara rilasciò la tenda e raggiunse il compagno.
“Ne verrà fuori una bella pubblicità” lui scosse la testa.
“Aspetta che scoprano chi nuota con le tartarughe” fece un cenno verso la vasca.
Un minuto dopo sentirono il rumore della porta, per il corridoio s’incamminarono tre figure munite di sacche ed enormi valige nere. Appena fuori dal magazzino si coprirono di camici, mascherine, sovrascarpe e guanti, poi entrarono. I due agenti si diressero subito al cadavere, i flash iniziarono poco dopo.
“Troppo presto per un cadavere. Mi hanno chiamato che stavo ancora mangiando il mio miso” scosse la testa “Mattinata infame, prevedo”.
Soki, capo del dipartimento di medicina legale era un giapponese sui generis. Alto un metro e novanta, uno spilungone dal senso dell’umorismo sagace, grande conoscitore di navi, velieri, canoe, zattere e portaerei. Qualunque cosa galleggiasse sull’acqua, per mare o per fiume, era il suo pane.
“Vedrai come ti diverti appena butti un occhio nella vasca” disse la poliziotta, con un sorriso mesto.
“Signore, possiamo spostare il corpo all’asciutto ora” disse l’assistente.
Soki annuì e i due lo tirarono fuori dalla vasca, adagiandolo su un telo sterile steso sul pavimento.
“Vediamo cosa ci ha portato la notte” il medico si avvicinò, sistemandosi i guanti fino ai polsi.
Pochi passi e si era già fermato, con gli occhi sgranati “Oh cazzo” poche parole, concetto preciso.
Takako gli diede una pacca sulla spalla, rise.
“Oh ragazzi, questa sì che è bella” disse Soki.
Sakiwara piegò il labbro in una smorfia disincantata.
Il cadavere del più famoso regista del paese non era mai un bello spettacolo, soprattutto prima delle nove di mattina.
“Pteroplatytrygon violacea” la voce di Soki uscì ovattata da sotto la mascherina verde.
Alzò l’aculeo con una lunga pinzetta, tenendolo in bella vista davanti alle facce poco convinte dei detective.
“Tradotto per noi poveri ignoranti?” Sakiwara alzò un sopracciglio, lanciandogli un mezzo sorriso.
“Trigone viola mia cara, più conosciuta come razza, della famiglia dei Disiatidi. Si differenzia dalle altre razze raiformi per la pericolosità. I trigoni sono dotati di aculei velenosi posti sulla coda, possono causare vari problemi al sistema respiratorio, nervoso e circolatorio. Oltre che cancrena, menomazioni” sorrise “E la morte, s’intende”.
Takako mugugnò, guardò la piccola finestra. Si sentiva soffocare in quel maledetto seminterrato, non aveva mai sopportato quelle gite obbligate nei laboratori di Soki. Si allentò la cravatta con un gesto secco.
“E perché ci interessa questa lezione di biologia animale?” la detective arricciò il naso.
Soki sorrise e posò l’aculeo su un piattino d’acciaio sterile. Appariva con un pezzo di carne appuntito nero-violaceo, lungo circa tre centimetri.
“Perché siete davanti al vostro assassino”.
“Un trigone” ripeté Takako, sembrava inebetito e si abbassò a scrutare l’aculeo.
“Altre belle notizie?” Sakiwara seguì lo sguardo del collega e poi tornò su Soki.
Il medico intanto si tolse i guanti, buttandoli in una grossa cesta. La mascherina fece la stessa fine, si grattò la testa e la scosse.
“Sostanzialmente, no. C’è tutto sul rapporto, ma è l’unica cosa utile che hanno trovato sul cadavere, a parte il portafoglio con documenti, carte, foto, scontrino e una bella mazzetta di centoni” si avvicinò a loro “La causa della morte è avvelenamento, il cocktail del trigone è micidiale e ne ho accertato i componenti. E’ stato ucciso senza dubbio da questo aculeo. Inietta una tossina che blocca il sistema nervoso, segue la paralisi, il sangue smette di pompare e il cuore si ferma. Una morte abbastanza rapida, dopo tutto” alzò le spalle.

Qualche ora dopo Sakiwara Yukiko lasciò cadere sulla scrivania del capo della sezione investigativa, Moruchi Keigo, la copia del giornale. Due foto spiccavano a metà pagina: in una i paramedici spingevano una barella con un sacco nero, pieno e nell’altra un uomo di cinquant’anni dai capelli mossi e neri fin sotto le orecchie, occhi grigi e penetranti, qualche ruga, pelle abbronzata. Sotto, il titolo recitava così:

WATANABE GORO DECEDUTO IN CIRCOSTANZE MISTERIOSE

a cui seguiva un lungo articolo sulla sua carriera e un breve riassunto dei premi vinti. Tokyo Sakura Grand Prix, Oscar, Leone d’Oro, César, David di Donatello e altri alla carriera.
Takako osservò la foto del regista e piegò le labbra in una smorfia insoddisfatta. Gli erano sempre piaciuti i suoi film, un tempo, quando era solito andare al cinema una volta alla settimana con sua moglie, non se ne era perso nemmeno uno. Erano i migliori, sentimenti, azione, fantasia e ottimi attori, tutto condensato in due ore di pellicola. Niente di meglio.
“Abbiamo idee sul perché ce lo siamo ritrovati a nuotare in casa nostra? Movente? Nemici?”.
“Ancora nessuna teoria capo” l’investigatore si schiarì la voce.
“Doveva venire proprio qui a schiattare! Maledetto Watanabe!” ruggì Moruchi.
“Già, ha provocato parecchio rumore” disse Sakiwara.
“L’aveva visto il suo A pugni chiusi?” Takako guardò il capo.
L’uomo muggì qualcosa e annuì “Sì, maledetto Watanabe. E’ uno dei miei film preferiti” tossì.
Sakiwara decise di interrompere sul nascere quella nostalgica conversazione, avevano parecchio lavoro da fare.
“Watanabe era arrivato sull’isola due mesi fa circa, stava girando le scene del nuovo film. La troupe alloggia al Bedford-Imai, praticamente l’hanno occupato quasi per intero. Ora sono ancora tutti là, dobbiamo interrogarli ma prima darei un’occhiata alla suite della vittima” disse, alternando lo sguardo tra i due uomini.
Takako annuì e guardò il capo“ Per me va bene”.
Con un gesto della mano, come se volesse scacciare una mosca testarda, li congedò “Andate”.
Due ore più tardi finivano di perquisire la suite, senza troppa soddisfazione. A parte una rubrica telefonica zeppa di contatti che sarebbe stato arduo contattare uno ad uno.
Takako Daisuke chiuse l’armadietto sopra il lavandino del bagno, scosse la testa e alzò la voce “Qua è pulito”.
La collega era inginocchiata a controllare sotto il letto. La raggiunse, intravide all’ingresso due agenti della scientifica al lavoro.
“Solo scartoffie, qualche copione pieno di correzioni, libri, pacchetti di sigarette dappertutto. Aveva una paura fottuta di rimanere a secco eh?” lei si alzò.
“Nel salottino è tutto pulito, non c’è un bel niente qui”.
“Lo vedo…” Sakiwara si avvicinò al muro.
Tra lo specchio e l’armadio a quattro ante una striscia di carta da parati con applique rococò spiccava sotto il lampadario di cristallo. Dalla porta finestra affacciata sul balcone entrava poca luce, il cielo si era rannuvolato in mattinata. L’investigatrice appoggiò il palmo della mano contro la carta, scivolando lentamente su e giù, come se stesse tastando qualcosa. La parete appariva perfettamente livellata, almeno ad una prima occhiata.
“Senti qua” disse.
Il collega si avvicinò e affiancò a quella della ragazza la sua grande mano. Un attimo dopo alzò un sopracciglio.
“Senti?” ripeté lei.
“Mmm Mmm” annuì.
Si guardarono, non avevano bisogno di parole per capirsi. Agirono. Lui sganciò lo specchio, dietro un dislivello mostrava un ripostiglio nascosto, la fessura appena scostata come se qualcuno avesse richiuso tutto in fretta e furia, senza accorgersene.
“Sarà compreso nei servizi deluxe della suite?” Sakiwara lanciò un’occhiata al collega.
Takako fece forza con il polpastrello e sentì una porzione di parete scivolare verso destra, in una rientranza.

“Ho una fame” Sakiwara si allungò sul tavolo per prendere un sandwich dal cartoccio.
“Hai letto il rapporto del veterinario?” chiese Takako.
Lei annuì, masticando. Erano seduti ad un lungo tavolo nella sala riunioni del distretto, da soli, a riordinare le carte, le prove e soprattutto le idee.
Il tramonto si preparava a ingoiare l’isola e l’oceano, nuvole rosa si aggrappavano al cielo in lontananza, alcune barche a vela dondolavano sul mare e le palme erano smosse da un vento caldo e poderoso. Il detective guardò fuori dalla finestra, un rettangolo affacciato sulle strade strette e la spiaggia all’orizzonte. Lanciò un’occhiata all’orologio, sarebbero rimasti a lavorare per tutta la sera.
La sala riunioni era uno stanzone freddo e male illuminato, su un mobile basso addossato al muro capeggiava una macchina del caffè, una scatola sempre piena di biscotti, una pila di tovaglioli blu, cucchiaini di plastica spaiati dentro un bicchiere di carta, un contenitore di bustine di zucchero e una decina di tazze con il logo della polizia. Affiancava la finestra un frigo basso dai contorni squadrati e l’età avanzata, grigio metallizzato. Per il resto le pareti erano adornate solo da sedie pieghevoli chiuse, ritagli di giornale e avvisi appesi alla bacheca in sughero, un orologio ticchettava sopra la porta.
Takako si alzò a riempire nuovamente le due tazze di caffè, prese il latte dal frigo e lo aggiunse abbondantemente.
“Pare che quella specie di trigone viva vicino alle coste, sui fondali dove trova pesci, crostacei e tutto il resto” Sakiwara alzò le spalle.
Lui tornò a sedersi, tirò a sé una delle cartelline e l’aprì, iniziando a leggere. Annuì, mugugnando e sorseggiando il caffè. Deglutì e guardò la collega “Ho controllato i registri della Turtle, pare che tutti gli operai siano puliti e abbiano detto la verità. Nessuno ha precedenti né legami con il mondo dello spettacolo” abbassò lo sguardo per leggere il rapporto.
“Cos’ha detto Soki sull’ora della morte?” lo guardò, cercando il foglio in mezzo a tutte quelle carte.
Takako rialzò appena lo sguardo “Watanabe è morto verso le due di notte, dall’esame dei tessuti sembra sia stato immerso nella vasca dalle quattro fino al nostro arrivo. L’acqua ha cancellato le altre tracce” lesse qualcosa sul foglio “A quell’ora gli operai stavano registrando dati nella vasca grande e in quella zona non c’era nessuno, le chiavi magnetiche lo provano. Pare che alle tartarughe appena nate facciano il trattamento nel tardo pomeriggio, le controllano prima dell’orario notturno e più nulla sino al mattino. La guardia fuori dice di non aver sentito nulla e le telecamere non ci aiutano”.
“Hanno visionato i filmati?”.
“Se ne è occupato Momi, riprendono solo l’esterno durante la notte, il perimetro della fabbrica. All’interno sono accese esclusivamente in certi reparti, dove ci sono i cuccioli le riattivano poi alle otto e trenta del mattino”.
“Chi ha trascinato il corpo fin lì doveva saperlo, come ha fatto?” Sakiwara lo guardò.
“Ho detto a Momi di controllare anche tutti i dipendenti che non hanno accesso diretto alle tartarughe, non si sa mai. Domani me ne occuperò” annuì l’investigatore e in un lungo sorso finì il caffè.
La donna si alzò, stirando le braccia in aria e sentendo scrocchiare sonoramente le spalle. Tirò fuori dalla tasca un elastico e si legò i lunghi capelli neri in una coda alta, quella stanza sembrava un forno. L’aria condizionata funzionava a rilento, provò ad aprire la finestra ma il vento caldo peggiorava le cose e la richiuse subito. Riempì la tazza di solo latte freddo e si appoggiò al mobiletto, guardando il collega. I loro occhi erano quasi alla stessa altezza, sebbene lei fosse in piedi.
“A te com’è andata con la chiave ritrovata dietro lo specchio?” chiese lui, scivolando appena sulla sedia e mettendosi comodo, tolta giacca e cravatta.
Lei sorrise divertita “Ah bella storia anche quella” scosse il capo “Watanabe era un tipo parecchio paranoico, a quanto ho capito. Ho controllato il numero di serie della chiave, era di un armadietto del Megumo Resort. Nella zona dove tengono custoditi i bagagli degli ospiti che fanno il check-out c’è una saletta con armadietti di sicurezza. Loro hanno una copia di tutte le chiavi. Sarebbe esclusivamente per i clienti, ma per lui hanno fatto un’eccezione” tornò al tavolo.
Sakiwara posò la tazza e iniziò a cercare nello scatolone, sbuffò e scostò le foto della scena del crimine, sotto vide un quaderno, lo alzò e trovò la busta di plastica. Takako spostò tutti gli altri fogli dal centro del tavolo e lei rovesciò il contenuto.
“Dentro c’erano questi” con il mento indicò i biglietti e un quadernino.
Il poliziotto si sistemò gli occhiali da lettura e prese in mano un biglietto a caso. Lesse ad alta voce “G.V. 9 p.m. Momoko Pub. Portare lista, chiedere di Indie”.
La donna alzò le spalle e piegò le labbra “Sono tutti così. Lo stesso il quaderno, riporta diciture simili. Ho ricostruito un’agenda” si sedette “Pare che gli incontri si riferiscano a due persone, Indie e Shinji. I luoghi sono il pub, un motel in periferia e il museo di storia naturale. Quasi sempre la sera tardi, con assiduità, almeno due volte a settimana nell’ultimo mese. E… G.V. non so chi sia, per ora”.
“Parecchio disordinato questo regista” sentenziò il collega.

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Qualche ora più tardi

“Ogawa Nioko, si fa chiamare Indie” disse Sakiwara, posando un fascicolo sulla scrivania di Takako.
Lui si appoggiò allo schienale della poltrona e alzò lo sguardo, mugugnò e prese la cartellina.
“Vediamo” lesse “Il padre è il direttore del Museo di storia naturale” alzò gli occhi.
“Già, il collegamento. E’ così che l’ho trovata” annuì “L’unica Indie che è venuta fuori spulciando gli indizi” prese posto su una delle due sedie imbottite.
Il collega si sistemò meglio sulla poltrona e continuò a leggere le informazioni salienti del fascicolo.
“Il padre è direttore da due anni, la madre è vice redattore di una rivista. Hanno una villa in riva al mare, sulla punta dell’isola per precisione” gli occhi scivolavano curiosi da un punto all’altro “Nioko frequenta un liceo prestigioso, diversi premi per la pallavolo e…” alzò lo sguardo di scatto “Ha solo quindici anni”. Tutto gli fu improvvisamente chiaro.
Sakiwara si appoggiò allo schienale con un sorriso storto sul viso, incrociò le mani sul ventre.
“Esatto”.
Dieci minuti dopo erano già in auto diretti alla villa sul mare. Superato il centro Takako accelerò.
“Il signor Ogawa non è in casa al momento” disse la cameriera
“Non cerchiamo lui, non si preoccupi” il detective spinse avanti il suo distintivo e si fece largo oltre la porta d’ingresso.
Sakiwara lo seguiva, sorridente, prese la donna da parte e le disse che volevano parlare con la signora Ogawa e la figlia. La cameriera si trovava in evidente imbarazzo, ma non aveva avuto altra scelta che farli entrare. Un rumore di passi li raggiunse, proveniente dall’enorme salone a sinistra. Ne uscì una donna sulla quarantina, splendida, ben vestita, con due occhiali di tartaruga sul naso e un libro in mano, aveva fermato la pagina con l’indice.
“Chi siete?”.
Mostrarono i distintivi e in pochi secondi la tensione si stabilizzò. La cameriera scomparve.
“C’è sua figlia in casa?”.
“Nioko? Cosa desiderate da lei?” modi affettati, tono di voce basso di chi pensa di poter scendere a patti con tutti. Con la dovuta caparbietà.
“Solo farle qualche domanda, signora. Non c’è di che preoccuparsi” Takako fece un passo avanti e sorrise. In qualche modo la rassicurò e la donna annuì appena, accostandosi allo scalone e chiamando la figlia.
Quaranta secondi dopo una voce rispose dalla balconata “Sì mamma, dimmi”.
“Scendi tesoro, solo qualche minuto”.
La ragazza era bella quanto può esserlo solo una giovane di sangue giapponese con gli occhi verde smeraldo e ondate di capelli mori, era alta, formata come una donna. Camminava a piccoli passi e indossava una tuta che non riusciva per nulla nell’intento di abbruttirla.
La padrona di casa fece accomodare tutti nei due divani a cinque posti del salotto. A dividerli solo un basso tavolo in legno di cedro intagliato a mano con scene campestri. Iniziò la poliziotta, guardando la ragazza negli occhi.
“Conosci un uomo che si chiama Watanabe Goro?”.
“E’ un regista famoso, no?”.
“Non è quello che è morto qui sull’isola?” chiese la madre.
Takako annuì senza dire niente, preferiva osservare per il momento. Si appoggiò con la schiena al divano, era morbidissimo e d’un bianco immacolato.
“Lo conoscevi?” le richiese.
Indie, alias Nioko, fissò lo sguardo in quello della poliziotta e scosse la testa, le onde ne seguirono i movimenti “No”.
“Ne sei sicura? Forse hai saputo che era venuto sull’isola per girare un film, hai pensato di andare a dare un’occhiata. E lì lui ti ha notato…ovviamente” Sakiwara la guardò.
Aveva un blocchetto e una biro in mano, ma non scriveva nulla. Era immobile. Takako osservava la madre senza essere visto, quest’ultima infatti era seduta a fianco della figlia e le teneva un braccio attorno alle spalle.
“Non sapevo che fosse sull’isola” disse la ragazza.
“Il tuo nome era nella sua agenda, pare che vi siate incontrati ripetutamente nelle ultime sere. Anche al museo dove lavora tuo padre” il tono della detective era duro e conciso.
La ragazza s’irrigidì appena, quanto bastava perché tutti lo notassero. La madre spalancò i grandi occhi verdi e scosse la testa.
“Credo che ci sia un grosso equivoco” ne sembrava assolutamente certa.
“Provi a chiederlo a sua figlia” intervenne lui, guardandole entrambe.
“Mia figlia non è certo l’unica ragazza sull’isola” disse, risoluta, abbassando il braccio.
Nioko continuava a fissare la poliziotta, e viceversa.
“A me sembra una coincidenza interessante” disse la detective, rivolta alla ragazza.
“Signora, sua figlia potrebbe essere stata vittima di situazioni spiacevoli… se capisce cosa intendo. E’ per il suo bene che siamo qui” disse Takako, sporgendosi sul tavolino.
La signora Ogawa lo guardò dritto negli occhi, deglutì senza emettere suoni.
“Deve esserci uno sbaglio, tutto qui. Non ho mai visto quel regista” la ragazza non mosse un muscolo.
La madre si alzò, ponendo fine all’interrogatorio “Vi prego di andare ora, mia figlia ha risposto alle vostre domande. Se ci fosse altro contattate il nostro avvocato” li guardò mentre si alzavano “Liuan”.
La cameriera li scortò fino al portico esterno e richiuse la porta.
“La ragazzina mente” affermò Sakiwara, appena saliti sull’auto.
“Altroché” rispose lui “Direi che a questo punto ci sta una bella gita al museo” sorrise.
“E’ da quando sono piccola che non ci vado più”.
“Eccoti una buona occasione” il collega ingranò la marcia e partì sgommando dal parcheggio ghiaioso.
Poco dopo la colonna sonora di Indiana Jones riempì l’abitacolo, Sakiwara prese il cellulare dal taschino della giaccia e rispose.
“Dimmi tutto” si grattò un braccio.
Takako guidava a velocità sostenuta, diretto a sud verso il Museo.
“Detective ci sono novità. Ho visionato di nuovo le telecamere dell’azienda, quelle esterne. S’intravede qualcosa in un angolo, oltre il cancello della proprietà. Non ce ne siamo accorti la prima volta perché sembra solo un’ombra e le immagini sono parecchio sfocate, ma in realtà si tratta di una macchina che passa alle 4.20. Ho mandato il nastro alla Scientifica per migliorare la qualità ed è venuta fuori una targa” dal tono di voce si intuiva che l’agente non stava nella pelle.
“Fantastico!” sbottò lei “Bravi ragazzi. Dimmi che sai già di chi è” sorrise.
“Naturalmente, detective. Una Honda bordeaux del 2017, immatricolata sull’isola, intestata a un certo Gou Volan. Quarantacinque anni, veterinario, ha lo studio in città”.
La poliziotta aveva messo il viva voce e i due non poterono fare a meno di sorridere.
Bastarono poche parole di Takako “Convocalo in centrale e avverti Moruchi. Stiamo arrivando”.

“Perché mi avete convocato?” l’uomo in jeans e camicia si alzò dalla sedia di metallo, era chiuso in una stanza grigia da venti minuti. Finalmente erano entrati due detective, un uomo ben piazzato in giacca e cravatta e una donna attraente. Lei teneva tra le mani due bicchieri di plastica colmi di caffè. L’uomo ne riconobbe subito l’aroma.
“Caffè?” gli chiese, posando un bicchiere sul tavolo d’acciaio sgombro.
Gou Volan la osservò, annuendo appena e prendendo il bicchiere “Allora?”.
“Solo qualche domanda, faremo presto” disse l‘uomo, sbrigativo, sedendosi a sua volta e aprendo una cartellina.
Gou si agitò appena sulla sedia, sospirò e bevve, noncurante della temperatura ustionante. Sakiwara rimase in piedi, appoggiata al davanzale della finestra ermeticamente chiusa da inferriate nere.
“E’ sua una Honda NSX bordeaux?” Takako spinse verso di lui il foglio che riassumeva i dati d’immatricolazione dell’automobile.
L’uomo osservò entrambi, poi si soffermò sul foglio stampato. Annuì “Sì, perché?”.
“Dov’era la notte tra il 9 e il 10 giugno scorso verso le quattro?” il detective lo fissava.
Gou sorrise, come se un bambino gli avesse rivolto una domanda stupida “Secondo lei, detective? Stavo dormendo, è ovvio. A quell’ora cos’altro si dovrebbe fare?”.
“E’ sicuro? Qualcuno era con lei?”.
“La mia fidanzata e sì, sono sicuro” lo fissò.
La poliziotta staccò le spalle dal muro e si avvicinò lentamente “Allora perché la sua auto è stata ripresa alle 4.23 fuori dalla Asian Turtle Farm?”.
L’uomo alzò un sopracciglio “Quel mattatoio?” sbuffò “E’ fuori discussione, vi ripeto: io ero a letto a dormire e l’auto nel garage di casa mia” ripeté, con enfasi.
“Ha mai svolto consulti presso la Turtle Farm?” chiese Takako.
“Sta scherzando vero? Quello è un macello, non mi compreranno mai con le loro lusinghe o sbandierando buoni propositi. Per me è e rimarrà sempre un postaccio, non lavorerei mai per loro. Da quel che ne so si avvalgono di veterinari in esclusiva” bevve, finendo il caffè.
Sakiwara annuì e lanciò un’occhiata alla cartellina “Casa sua è un appartamento di due piani in un edificio di nuova fabbricazione, nel centro storico, giusto?”.
Gou annuì.
“Il garage dove si trova?”.
“E’ di recente costruzione anche quello, l’ex padrone di casa fece ristrutturare il piano interrato togliendo le cantine e creando dei posti auto, due per appartamento. E’ stato circa sei anni fa, io ho comprato la casa tre anni dopo” li guardò, accavallando le gambe.
“Lei possiede due garage?” Takako abbassò lo sguardo ai fogli.
“Sì, uno lo uso come officina per il momento. Ci tengo anche vecchi mobili. Nell’altro la Honda”.
“Possiede una sola macchina?”.
“Sì, detective” li guardò entrambi.
“Chi ha accesso alla casa e ai garage?” Sakiwara si abbassò sul tavolo.
“La mia compagna ha le chiavi di casa, ma non conviviamo. Oltre a me, la domestica e mio figlio”.
I detective si guardarono e fu il poliziotto a dar voce ai loro pensieri.
“Quanti anni ha suo figlio, signor Gou?” i due si guardarono.
“Diciassette”.
“Come si chiama?” lo incalzò lei.
“Volant, come me” alzò gli occhi su di lei.
“Ha accesso alla chiave del garage?”.
“Non lo so, forse ne ha una copia nel suo mazzo. Perché?”.
Il signor Gou iniziò a muoversi nervoso sulla scomoda sedia di metallo.
Un’ora dopo l’uomo lasciò il distretto, un mandato di comparizione venne spiccato per Volant junior e il procuratore firmò il via libera per indagini meticolose sulla sua famiglia.
Erano già stati concessi i mandati per un’indagine approfondita sulla vita degli Ogawa, conti bancari, spostamenti, proprietà, tabulati telefonici, curriculum scolastico di Nioko e una perizia psicologica svoltasi presso la scuola.
“La ragazza non presenta nessuno dei comportamenti tipici delle vittime sessuali” disse lo psicologo ai detective.
Erano seduti nella sala riunioni del distretto. Sakiwara e Takako si guardarono per qualche istante. “Ne sei sicuro?” gli chiese lei.
Lo psicologo annuì deciso, si passò una mano sul cranio pelato e roseo. Collaborava con il Distretto da ormai quindici anni e con Takako si conoscevano sin dall’università. “Credimi Yukiko” la fissò “Quella ragazza è una predatrice”.

Fine prima parte

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