Il paravento dipinto

Buongiorno lettori! Oggi vi propongo il mio racconto Il paravento dipinto. Scritto diversi anni fa, ha finalmente trovato chi ha saputo apprezzarlo ed è risultato finalista a un concorso, pochi mesi fa. Spero che conquisti anche voi :).

Vi lascio qua sotto il lusinghiero commento della giuria, che mi ha fatto molto piacere e vorrei condividere con voi: “Ciò che maggiormente impreziosisce questo racconto e da cui non si può prescindere nel giudicarlo, è sicuramente l’ambientazione. Ma non intesa come mera collocazione geografica della vicenda, né come descrizione di usi e costumi della cultura giapponese, prima protagonista della narrazione. Nella prosa dell’autrice tutto risulta intriso di quella tensione erotica che solo la letteratura giapponese è in grado di trasmettere. E non solo grazie ai riferimenti al kinbaku e alle sue attuali connotazioni sessuali, ma in quanto ogni atto compiuto dai protagonisti, anche il più consueto e innocente, tende verso un inevitabile epilogo che l’autrice ha il gusto sopraffino di prospettarci, ma non svelarci apertamente.”

A voi il racconto.

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“Sapete chi è Seiu Ito?” la voce era bassa, ma riempiva la stanza con la stessa consistenza del miele dentro un vasetto di vetro.
Non vidi nessuno annuire, tutti guardavano il maestro Maeda. Erano spaesati, imbarazzati, alcuni eccitati per quello che sarebbe accaduto, era la prima lezione, tutti potevano ancora vivere delle fantasie che si erano creati su quel corso.
Io ero arrivata per ultima, in ritardo come sempre. Lo studio del professore era al settimo piano dell’edificio, terza porta a destra. Un appartamento ben tenuto, pochi mobili e tante stampe antiche alle pareti. La sala principale era allestita per le lezioni, quindici sedie a formare un cerchio e la sua al centro.
Visto che nessuno rispondeva, alzai gli occhi su di lui, era calmo e tranquillo, sorrideva. Le sue mani si muovevano velocemente mentre parlava, ti ipnotizzavano.
“Seiu Ito è un pittore del XX secolo, considerato il padre del kinbaku, o shibari se preferite” ci scrutò tutti e si alzò “Ovvero l’arte della legatura”.
Iniziò a muoversi all’interno del cerchio, un piede avanti all’altro, infilato nelle scarpe lucide.
Ipotizzai un quaranta, ci sapevo fare con i numeri e soprattutto con le misure di scarpe. Erano due anni che lavoravo in un negozio del grande magazzino Isetan, reparto scarpe da uomo. Pensai che gli sarebbe stato bene il nuovo mocassino in pelle di vitello verde foresta, gli avrebbe dato un’aria elegante mantenendo intatta la sua semplicità.
La sua voce mi riportò alla realtà del lucido marrone.
“L’arte della legatura non nasce come pratica di bondage o sadomaso, motivo per cui è molto in voga al giorno d’oggi. Quella è solo un’applicazione moderna, una rivisitazione perversa del kinbaku. Nei tempi antichi, specialmente dal periodo Edo, era innanzitutto hojojutsu: l’arte di imprigionare una persona con funi e corde di canapa, una tecnica usata dai samurai con i loro nemici”.
Notai qualcuno alla mia destra alzare la mano. Era un uomo sui cinquant’anni, occhi vispi, una piccola cicatrice sul mento, vestito elegante.
“Maestro, mi pare di ricordare che esistevano quattro colori per le corde. E’ corretto?”.
“Esattamente, i quattro colori erano connessi con i quattro punti cardinali e con Shiling, gli animali sacri protettori degli elementi” con un gesto della mano fece passare il tempo “A lungo andare si perse questa tradizione e rimasero solo due colori, relativi alle sezioni armate che ancora sfruttavano questo metodo di prigionia”.
La voce di una ragazza ruppe il silenzio, era stridula e lei una cosina piccola, dalla pelle grigia e occhiali grandi “Professor Maeda, è vero che l’arte dello shibari è molto utile anche per migliorare la postura e curare i dolori lombari?”.
Il maestro annuì, tornando a sedersi. Accavallò le gambe tirandosi appena indietro i pantaloni con un colpo di polso simile ad un tic ritmico.
“E’ esatto anche questo, signorina. Con il tempo smise di essere un metodo di prigionia e si aprì a nuove forme d’uso, la medicina tradizionale, l’attività sessuale”.
Avevo trovato l’annuncio di quel corso appuntato su un foglio, era stampato in caratteri semplici, senza immagini e l’avevo notato affisso alla bacheca del terzo piano, quello di sociologia e antropologia. Ricordo che era un mattino freddo, Kyoto era coperta da un’alternanza di sole e pioggia. Mi ero fermata lì davanti per caso, non sbirciavo mai gli annunci. L’occhio mi era caduto per sbaglio su quel foglio, forse proprio perché era il più semplice di tutti, quello che passava più inosservato. Mi colpì la sua patina grigia e spinta da un impulso irresistibile mi segnai il numero di telefono sulla pagina di un libro. Il giorno seguente chiamai.
Mi rispose una voce di donna. Provai a chiederle notizie sulle lezioni, ma mi disse solo che il corso iniziava il primo di maggio, l’argomento era «Hojojutsu e pratiche moderne» ed era riconosciuto dal piano di studi. Aggiunse l’orario serale e l’indirizzo di casa del professore, dove si sarebbero svolte le lezioni. Mi chiese il nominativo, disse che venivano accettati solo quindici studenti e bisognava prenotarsi. Un altro impulso mi spinse a risponderle e iscrivermi.
“Per quanto riguarda l’attività sessuale cosa può dirci, professore?”.
Risatine sommesse riempirono la stanza, si dispersero con fatica mentre Maeda sorrideva e annuiva, probabilmente non si era aspettato molto di più da noi studenti. Guardò il ragazzo occhialuto che aveva fatto la domanda, io notai che teneva un blocknotes sulle gambe e che ci aveva già scritto varie cose.
“E’ la sfera in cui al giorno d’oggi è più conosciuta e applicata la pratica dello shibari. Nell’ambiente bondage e sadomaso l’atto di legare il sottoposto, lo schiavo o la schiava, è un rituale di grande importanza e aiuta a far convergere molte emozioni e frustrazioni. Solitamente l’azione si svolge tra un maestro, o una maestra e il suo devoto, colui o colei che deve imparare, che deve essere istruito” le sue mani si muovevano come foche che nuotano sott’acqua, code sinuose e serpentine fluttuanti nell’aria.
Continuai ad ascoltarlo con attenzione, aveva rubato l’attenzione e gli occhi di tutti.
“Si usano solitamente, ancora oggi, semplici corde di canapa. L’arte del hojojutsu prevede tre differenti tipi di legature: a croce, a diamante e a vera da pozzo. Tutte e tre sono molto complicate, bisognava conoscere a fondo questa pratica per usarla, non si tratta di semplici giri di corde e nodi. E’ un’arte antica e richiede esperienza, anche nell’ambiente erotico sono in pochi ad usarla ed in pochissimi a farlo con le giuste regole e nei modi appropriati” si alzò, avvicinandosi alla mia curva del cerchio “Lo scopo non è semplicemente assoggettare il proprio devoto, piegarlo al proprio volere, questo scopo non necessita dello shibari. No, ciò che il maestro vuole trasmettere è la padronanza delle emozioni, il controllo delle sensazioni, l’accudimento della paura” mi guardò “La paura di lasciarsi andare alla volontà di un altro essere, colui che è il solo a poter decidere del nostro dolore e della nostra pace. Lo shibari è tutto questo, un gioco sottile e preciso di volontà donata e dono ricevuto, fragile come la pelle stessa che subito s’arrossa”.
Tacque e la stanza con lui, mi accorsi che stavo trattenendo il respiro. Mi aveva ammaliata, abbassai gli occhi per ritrovare il contegno che con le sue mani svolazzanti mi aveva rapito.
“La prossima volta desidero che uno di voi si offra per una dimostrazione”.
L’appuntamento sarebbe stato tre sere dopo, stesso posto, stessa ora. Mi incamminai giù per le scale, circondata dagli altri allievi, ma nessuno osò dir nulla né presentarsi.
Presi la strada per la metropolitana appena svoltato l’angolo del palazzo, dopo quaranta minuti entravo nella mia camera singola. Mi lasciai scivolare sotto le coperte ancora vestita, addormentandomi subito. Mi svegliai cinque volte e sognai il professore che legava una ragazza, il volto era incappucciato e non riuscii a scorgerlo.

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Tre sere dopo suonai il campanello, non mi ero accorta di essere arrivata mezz’ora prima dell’inizio della lezione e me ne resi conto soltanto quando il professore mi aprì con una t-shirt e dei pantaloni della tuta.
“E’ arrivata presto…” lo vidi confuso.
“Oh, sì…mi dispiace, aspetterò di sotto”.
Lui scosse la testa e spalancò la porta, invitandomi a entrare.
“Stavo scaldando il tè, ne gradisce?”.
“La ringrazio”.
Poco dopo mi passò una tazzina di porcellana gialla senza manico, scottava.
“Torno subito, con permesso” si dileguò in un attimo. Quando lo rividi aveva addosso un completo elegante.
“Scusi se l’ho accolta in quel modo, non mi aspettavo che qualcuno arrivasse in anticipo. Me ne ricorderò” sorrise.
Io annuii “Non volevo arrivare in ritardo come l’altra volta e…” abbassai lo sguardo.
“Ma no, ci mancherebbe. Anzi, già che è qui” guardò l’orologio che aveva al polso “I suoi colleghi arriveranno a breve. Vorrei sapere cosa ne pensa del corso, che impressione ha avuto della prima lezione?”.
Capii che era incuriosito perché gli si formò una specie di fossetta profonda attorno al labbro, nella parte destra, come se fremesse. Lo riconobbi perché era la stessa ruga che veniva al mio cuginetto davanti ad un pacco incartato.
“E’ stata davvero intrigante… cioè intendo dire interessante e istruttiva. Ha affascinato tutti”.
“Ne sono molto felice” sorrise “Sono corsi che tengo ogni anno, cerco di risvegliare la curiosità degli studenti con qualcosa di nuovo, inaspettato”.
“Come mai ha scelto di tenere i corsi la sera?” .
“Per una semplice questione di comodità e di organizzazione. Durante il giorno insegno sociologia e nel pomeriggio non avrei tempo. E’ molto scomodo per uno studente, frequentare di sera?”.
“No, non per me. E’ un momento tranquillo e durante il giorno gli impegni sono sempre molti”.
“Certo…” annuì appena.
Io posai la tazza vuota sul tavolo “Grazie del tè…gli altri dovrebbero essere qui a minuti”.
“Sì, infatti” si avvicinò “Io…” il campanello lo interruppe.
Mi scivolò accanto e andò ad aprire, nel giro di dieci minuti arrivarono tutti e iniziammo. Quando poi me ne andai mi salutò con un breve inchino.
La lezione seguente fu molto più didattica. Maeda distribuì una trentina di stampe ciascuno, fotocopie di testi e immagini; quella sera iniziammo ad analizzare un’opera del XVIII secolo. In chiusura mi resi conto che non volevo andarmene, avrei voluto chiedergli molte cose.
Rallentai i movimenti mentre mettevo via quaderno e dispense nella borsa, calavo le braccia nel cappotto e lo allacciavo, nessun bottone era mai stato destinatario di tanta attenzione. Rimasi l’ultima e nemmeno lui se ne accorse, perché chiuse la porta. Quando si girò mi guardò con gli occhi sgranati, senza dir nulla e con un gesto rapido allungò la mano alla maniglia.
“No…professore, so che è già molto tardi ma vorrei chiederle alcune cose, sul corso” mi feci avanti come se qualcuno mi avesse dato uno spintone, parlare o cadere.
Il suo viso cambiò con lentezza, la sorpresa si trasformò in curiosità e sorrise. Annuendo mi indicò le sedie, ci sedemmo vicini questa volta, le nostre ginocchia divise solo da un alito di vento.
“Mi dica”.
“Ho visto che lei tiene anche un corso di sociologia”.
Sorrise “Sì, sono molti anni ormai. Lei, in particolare, cosa studia?”.
“Mi sto specializzando in sociologia del disastro, in particolare sugli eventi naturali che hanno colpito il nostro paese nell’ultimo secolo” dissi.
Il suo viso s’illuminò “Oh ma è molto, molto interessante. Sono in pochissimi a seguire questa branca della disciplina, qui da noi. Seppur ce ne sarebbe un gran bisogno”.
“Sì, infatti i testi sono per la maggior parte editi negli Stati Uniti, alcuni in Europa”.
Mi slacciai un bottone del cappotto e lui si alzò.
“Scusi, non le ho offerto nulla. Desidera qualcosa?”.
Mi alzai anche io e le mani, da sole, tolsero il cappotto. Lui non sembrò preoccuparsene.
“Lei cosa beve?”.
“Di solito a quest’ora mi concedo due dita di whisky, un piccolo vizio. Ho un’ottima bottiglia, me l’hanno regalata alcuni studenti l’anno scorso”.
“Va bene, anche per me”.
Annuì e andò in cucina, udii un tintinnio di bicchieri che mi parve lo scampanellio di piccoli batacchi. Brindammo in silenzio, mentre lui mi sorrideva.
“Ha già mangiato?”.
Avevo fame. Mi propose un piccolo ristorante vietnamita proprio all’angolo della strada, accettai e uscimmo.
Lì lo conoscevano, ci diedero il suo solito tavolo in fondo, era piccolo per due persone e immaginai che era abituato ad andarci da solo. Gli dissi di ordinare anche per me, perché non conoscevo la cucina e lui studiò a lungo il menù, seppur immagino che lo conoscesse a memoria. Pensai che lo facesse per scegliere qualcosa di speciale.
“Ho ordinato un po’ di tutto, i sapori vietnamiti sono davvero particolari e meritano di essere provati” sorrise.
“Grazie, professore. Forse le ho sconvolto i piani della serata” accennai un sorriso anche io.
“No, anzi. Avrò una splendida compagnia, di solito vengo qui solo. E’ un posto tranquillo, spesso porto un libro e rimango finché non mi viene sonno” abbassò gli occhi, si era scoperto.
“Sono molto curiosa, mi perdonerà, ma…come mai questo argomento così inusuale?”.
“Intende l’hojojutsu?”.
“Sì”.
“E’ una pratica che mi ha sempre affascinato. L’ho scoperta studiando il periodo Edo all’università, inizialmente avevo indirizzato i miei studi verso la storia antica e ho preso una laurea” con le dita arrotolò l’aria, come a voler indicare che le lancette dell’orologio si erano mosse, quasi per caso “Ma con il tempo preferii interessarmi alla sociologia delle relazioni e ritrovai, facendo alcuni studi anni fa, la pratica dello shibari”.
“E’ molto interessante, io non conoscevo nulla di quel periodo…nel corso di laurea in sociologia ci sono solo due corsi di storia e non approfondiscono alcun argomento, sono molto generali”.
“Oh sì lo so, ho tentato più volte di creare dei corsi interdisciplinari o addirittura d’interfacoltà con storia, ma le risorse, la mancanza di professori e di tempo…i soliti intoppi e per ora non se ne è mai fatto nulla. Magari il prossimo anno…”.
Sorrise, si vedeva che teneva molto ai suoi interessi e alle sue iniziative. Pensai che era stato davvero ingiusto da parte della segreteria dell’università negargli quella richiesta, così sensata.
“Credo che molti sarebbero interessati a corsi di quel genere”.
“Sì, l’avevo fatto presente ma…” alzò le spalle “Non importa, ritenterò”.
Il cameriere posò sul piccolo tavolino tre piatti e ci avvicinò un carrellino, dove mise gli altri due e la bottiglia di birra.
“Quante cose!” dissi, rapita da tutti quei colori e sapori.
Il fumo odoroso ci avvolse, proveniva da tutte le direzioni e nell’aria gli aromi si mischiarono in modo seducente.
Mi indicò ogni piatto e ad uno ad uno mi spiegò che pietanze contenevano, con passione e pazienza. Mi chiesi come mai amasse così tanto quel tipo di cibo, pensai che forse si era innamorato del Vietnam durante un viaggio.
C’erano involtini primavera, pollo e zenzero in salsa di caramello, frittelle di riso al vapore, crepes, vermicelli di riso con arrosto di maiale, riso con funghi e minestra di pesce. Mi riempì il piatto di qualche assaggio con molta galanteria, mi sorrise e iniziò a mangiare dal suo. Notai che aveva diviso le pietanze in porzioni uguali, per me e per lui.
Infilai in bocca una crocchetta di riso intinta nella salsa piccante di gamberi, un esplosione di sapori forti e decisi mi invase il palato, facendomi sussultare. Lui sembrò voler ridere, ma si trattenne, versandomi dell’acqua fredda.
“Beva…” sorrise “Il nuoc cham è molto piccante, avrei dovuto avvertirla”.
La situazione lo divertiva perché non riusciva a smettere di sorridere, fu contagioso anche per me e appena smisi di avvampare, gli sorrisi anche io. Stavolta lasciai scivolare solo una goccia di salsa sulla mezza crocchetta rimasta, così da gustarla appieno.
“E’ davvero deliziosa” glielo dissi ancora con la bocca piena.
Annuì, stava masticando un involtino “Sì, hanno gusti molto più piccanti dei nostri, i piatti sono meno grassi e più speziati, influenze indiane” mi sorrise “E sono dei veri fanatici del caramello. Sul menù ci saranno almeno trenta piatti caramellati”.
Di nuovo mi fece pensare al maiale di mia nonna, mi venne in mente che lei usava un pentolino e un mestolo, entrambi di rame, con cui mischiava e rovesciava la glassa bionda.
“Mi è capitato di mangiare indiano qualche volta, è molto buono” con le bacchette mi allungai a prendere dal carrello un altro involtino “Le spezie si sentono parecchio anche qui”.
Si riempì il piatto con i vermicelli, usava le bacchette con maestria e rara eleganza, non nel modo rozzo che notavo di solito nei miei compagni di studi, negli amici. Le puntava al centro del piatto come le gambe impettite di una ballerina classica, poi ne faceva scivolare le estremità tra la punta delle dita, arrotolando con un movimento circolare i vermicelli. Questi si accalcavano attorno alle bacchette, stringendosi sulle piccole gambe come serpenti. Con un colpo di polso portava le bacchette orizzontali e le avvicinava alle labbra, che si protendevano per afferrare il filo penzolante. Come un gomitolo di lana tirato da un gatto, i vermicelli gli si disfacevano nella bocca senza mai perdere compattezza e consistenza.
Abbassai gli occhi sul mio piatto, era vuoto e mi accinsi a prendere una coppa e la minestra. Vidi che totani e prezzemolo galleggiavano sulla superficie marrone, il profumo piccante mi circondò il viso. Pescai prima il pesce, assaporandolo lentamente e riconoscendo tutti i sapori nascosti. Era una delizia, con calma mi dedicai al brodo, prima con il cucchiaio di ceramica e infine mi accostai la ciotola alle guance.
Lo vidi fare la stessa cosa, i nostri occhi si guardavano oltre il bordo curvo delle coppe. Io fui la prima ad abbassarli, vidi che sulla sua tazza erano dipinti a mano un bosco e due giovani intenti a bere acqua da una pozza.
Quando ci ritrovammo davanti al suo palazzo mi guardò per qualche minuto, aveva alzato il bavero del cappotto e il suo viso pareva scomparirci in mezzo. Io sentivo freddo alle mani, le infilai in tasca e guardai il cielo, prometteva pioggia. La notte era intensa, nera, poche stelle, strade deserte a quell’ora. Fu lui a parlarmi.
“Vuole bere un altro goccio di whisky?”.
A nessuno dei due interessava bere whisky, ma accennai che sì, mi avrebbe fatto piacere e salimmo. Lui andò in cucina per prendere due bicchieri puliti e la bottiglia, che teneva su un vassoio sopra la mensola. Io guardai qualche secondo una delle stampe appese, ritraeva una donna inginocchiata dietro ad un paravento, in una classica abitazione giapponese. Dall’altra parte era inginocchiato un uomo, i due guardavano nella direzione l’uno dell’altro, ma senza vedersi.
Capii che volevo stare con lui, vederlo e che lui mi vedesse, senza che tra noi ci fosse quel paravento.
Quando tornò in sala aveva in mano due bicchieri, ma si fermò subito, sulla soglia. Mi ero tolta il soprabito, il maglione, il vestito, il reggiseno, le scarpe, mi guardò e vide che avevo indosso solo le autoreggenti blu e le mutandine nere.
Io lo fissai, sembrava spaesato, non del tutto sorpreso, ma sicuramente preso in contropiede. Rimase fermo più a lungo di quello che mi aspettavo e stavo per dirgli qualcosa, quando si avvicinò. Mi allungò il bicchiere, come se fosse tutto normale.
Continuava a guardarmi negli occhi, io posai il bicchiere su una delle sedie in cerchio e allungai un braccio verso di lui. Mi prese la mano e si avvicinò, mentre gli slegavo il nodo della cravatta osservai i suoi occhi. Non l’avevo ancora fatto con attenzione, non gli ero mai stata così vicina. Erano marroni come nocciole e acquosi, le ciglia sottili e rade. Notai che in mezzo, sull’attaccatura del naso, aveva una leggera peluria quasi invisibile. E non so perché, mi eccitai.
Lui mi posò la mano sul fianco, per metà sentivo le sue dita tramite il filtro della stoffa nera. Arricciò le dita e la mia pelle ne seguì le grinze, ci abbracciammo e mi strinse, sfiorandomi la base del collo come fossi di vetro.
Passammo la notte seduti per terra, tra le sedie, a passarci le mani sul corpo. Per sentire, per vedere, per odorare. Disse che lo eccitava sentire i peli delle mie braccia drizzarsi e io gli dissi che amavo la curva della sua clavicola, il mio dito riusciva a scivolarci dentro e a rifugiarsi nell’incavo tra le sue ossa, come fosse un nido caldo.
Mentre mi toccava chiudevo gli occhi, immaginavo che quel paravento scomparisse e i due innamorati riuscissero finalmente a vedersi, a scorgersi, a sorridersi. Lui avrebbe sentito il dolce profumo di peonie che emanava dalle sue vesti e lei, finalmente, avrebbe visto le sue mani forti e frementi.
Lui ne avrebbe allungata una, le avrebbe sfiorato il ginocchio coperto dal kimono, forse lei avrebbe riso e si sarebbe coperta le labbra rosse con le dita bianche. Quella risata li avrebbe convinti entrambi. Nulla avrebbe più potuto sovrapporsi ai loro occhi.

 

Serena Lavezzi

(Racconto presente nell’antologia

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4 pensieri su “Il paravento dipinto

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