Intervista a Simone Guerra

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Buongiorno cari lettori! Come state? In questo periodo la mia vita ha preso una piega un po’ frenetica e a volte mi manca il tempo per fare tutto ciò che vorrei, come leggere e scrivere… MA tento sempre di farvi compagnia con articoli interessanti. Oggi vi propongo l’intervista che ho fatto allo scrittore, ed esperto di kanji giapponesi, Simone Guerra. Venite!

 

simoneHo conosciuto Simone per caso, anzi in realtà è stato lui a trovarmi. Nell’intervista al traduttore Gianluca Coci avevo pubblicato un’immagine del dizionario giapponese-italiano dei Kanji edito da Zanichelli. Un bel giorno Simone mi contatta dicendomi “Sono io l’autore di quel dizionario, sotto alla fotografia ci starebbe bene una didascalia” e aveva ragione! Ovviamente ne ho subito approfittato per chiedergli un’intervista e lui ha accettato con piacere… per cui eccoci qua :). Spero vi sia gradita.

 

 

 

 

Buongiorno Simone e benvenuto su Penne d’Oriente! Intanto raccontaci com’è nata la tua passione per l’Oriente e la lingua giapponese.

Grazie a te per la gentile ospitalità! Questa è una bella domanda, la cui risposta non è facile. Si tratta di tanto, tanto tempo fa. Pensa che in Italia ancora non esistevano i Sushi-all-you-can-eat …Scherzi a parte, di sicuro, a differenza di altri, non mi ci ha portato la passione per i manga o per le arti marziali. Ricordo un interesse per una cultura all’epoca ancora poco conosciuta. La decisione di iscrivermi a Ca’ Foscari. La fortuna di avere come docenti alcuni dei principali nipponisti italiani. Un interesse che pian piano è diventato un vero, anche se disincantato, innamoramento.

Sei l’autore del Dizionario giapponese-italiano dei kanji per la Zanichelli. Cosa significa lavorare a un progetto così poderoso e importante? Che tipo di lavoro c’è dietro alla composizione di un testo simile?

Mi ritengo una persona fortunata. Da vero feticista di dizionari in genere (meglio non contare quanti ne possiedo) e notando la mancanza di un dizionario di questo tipo in lingua italiana, cominciai il lavoro per il dizionario in totale autonomia poco dopo il 2000, senza alcuna certezza di pubblicazione. Una cosa folle e un investimento del proprio tempo libero scriteriato, a pensarci bene adesso. Ne approfitto per dare un consiglio disinteressato agli aspiranti lessicografi in ascolto: non vi venga nemmeno l’idea di cimentarvi nella compilazione di un dizionario da soli e senza alcun supporto. Nel caso sciagurato vi venisse, datevi una martellata sul mignolo: il dolore atroce dovrebbe bastare a farvi rinsavire. Nel 2009, quando il lavoro era praticamente finito, mandai una classica proposta di pubblicazione (cartacea … che tempi!) a Zanichelli. La Casa Editrice dopo un po’ mi contattò mostrando molto interesse. Seguirono incontri (non facili: all’epoca vivevo e lavoravo in Cina), anni di successive lavorazioni, editing, impaginazione scrupolosa, controlli e altri controlli e alla fine l’opera uscì nel 2015. A chi dovesse stupirsi per i più di 10 anni necessari, ricordo che i compilatori del monumentale Oxford English Dictionary impiegarono 44 anni per portarlo a compimento. Ma l’ho detto: mi ritengo una persona fortunata!

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Ho usato gli aggettivi “folle” e “scriteriato” perché la compilazione di un dizionario, per la responsabilità della scelta dei lemmi da includere, per le svariate competenze da utilizzare (oltre a quelle, ovvie, linguistiche, nel corso della stessa giornata capita che si debba essere “esperti” di botanica o di zoologia o di matematica o di chimica o di tutto insieme, a seconda dei lemmi che si stanno affrontando), per le ricerche estenuanti che possono portar via anche giorni per definire una singola parola, per l’attenzione necessaria a mantenere coerenza nelle definizioni elaborate anche a distanza di anni, per la frustrazione che ti assale quando ti rendi conto che un termine è tanto distante culturalmente dall’italiano che non esistono traducenti diretti e ti tocca ricorrere a una definizione “enciclopedica” e molto altro che sarebbe noioso aggiungere, è già un lavoro improbo in sé. Come scrisse Joseph Justus Scaliger (1540-1609), classico intellettuale a larghissimo campo e, tra le altre cose, pure lessicografo: “i peggiori criminali andrebbero condannati non a morte né ai lavori forzati, bensì alla compilazione di dizionari e questo perché ogni tortura è già inclusa in questa attività.” Nel caso di un dizionario dei kanji (i caratteri elaborati in Cina ed attualmente in uso anche in Giappone che popolarmente, e in modo non corretto, vengono chiamati “ideogrammi”) a questo normale girone dantesco bisogna aggiungere la tipicità propria di questi caratteri: l’avere una veste grafica che non permette in sé, a chi non lo conosca già, di intuire il suono (o i suoni …) veicolato da quel carattere. Ricordo, infatti, che un dizionario dei kanji contiene solo gli elementi della lingua giapponese trascritti solo o anche in kanji e serve proprio a permetterne la “decifrazione” a chi non sia ancora in grado di leggerli.

Questa natura fortemente grafica fa sì, per esempio, che l’ordinamento stesso dei lemmi nel dizionario non possa essere alfabetico ma sia, appunto, grafico. Visto che un dizionario va compilato su computer usando un database (controlli, ordinamenti, aggiunte, impaginazione ecc ecc risulterebbero impossibili lavorando, che ne so, su Word) e visto che in commercio certo non si trova software già pronto allo scopo, parte del mio lavoro è consistita anche nel crearmi un database ad hoc che mi permettesse di inserire i dati, ordinarli e combinarli secondo criteri grafici e non alfabetici, metterli in pagina secondo le mie necessità e molto, molto altro. Come accennavo più sopra il brutto ma anche il bello (se non bellissimo) del mestiere di lessicografo è che si è costretti ad ampliare le proprie competenze, si diventa per brevi momenti dei “tuttologi”. Poi si passa al lemma successivo, si scorda tutto e si ricomincia.

Cosa ti affascina della scrittura giapponese?

La scrittura giapponese è un paradiso per chiunque sia affascinato dalla semiotica e da come noi esseri umani usiamo i segni e le loro potenzialità. La storia stessa dell’adattamento di quei caratteri a trascrivere con efficacia, insieme ai kana, la lingua giapponese e delle modificazioni che essa subì nel corso di quel processo potrebbe essere argomento per un bel romanzo.

Ecco due esempi dei motivi di questo fascino. La scrittura fu inventata in autonomia solo 4 volte nel corso di tutta la storia umana: in Egitto, Mesopotamia e Cina circa nello stesso periodo e, molto dopo, in Sud America. Le diverse scritture del mondo sono “solo” prestiti, adattamenti e modificazioni di alcune di queste. Bene: solo nel caso dei kanji in Giappone (e, naturalmente, negli altri Paesi che adottarono quel sistema di scrittura, come Corea e Vietnam, anche se oggi esso è rimasto con queste dimensioni solo in Giappone visto che il Vietnam li ha abbandonati da secoli e in Corea l’uso degli hanja è estremamente limitato) il prestito e l’adattamento dalla Cina hanno significato l’ingresso nella lingua giapponese non di un sistema di scrittura “vuoto” ma di un apparato grafico corredato di suoni, significati, parole e perfino sintassi ad esso legati, importati e adattati al giapponese solo in quanto parte inscindibile del “pacchetto” del sistema di scrittura. Per capirci, solo nel giapponese penso si possa riscontrare un caso come quello della parola tetsugaku (哲学, filosofia): un neologismo d’autore (fu coniato nel XIX secolo dal filosofo Nishi Amane) creato usando le due pronunce “cinesi” dei caratteri e la combinazione dei relativi significati, cioè due elementi linguistici i cui suoni e significati in Giappone nemmeno esisterebbero se non fossero arrivati i caratteri cinesi. Un neologismo al quadrato, mi si passi l’espressione, che io trovo estremamente affascinante. Il secondo esempio, invece, è un aneddoto personale. Quando ancora vivevo in Cina, nella stessa azienda lavorava come responsabile della Contabilità un giapponese vicino ai 60. In cinese sapeva dire buongiorno e buonasera. Un giorno venne ricoverato nell’ospedale locale. All’epoca in Cina anche tra i medici l’inglese era molto poco conosciuto. Beh: durante tutto il corso della degenza il collega giapponese “parlò” con medici e infermieri cinesi scrivendo su un foglio di carta in kanji e leggendo le loro repliche, sempre scritte sul foglio ma in hanzi (il nome che gli stessi caratteri hanno in cinese) e viceversa. La lingua era diversa (molto diversa) ma il senso dei caratteri era in buona parte identico. Da farci un film. Ah: il collega giapponese fu operato e tutto andò bene.

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So che sei anche uno scrittore di narrativa. Quanto influisce il tuo amore per l’Oriente nelle tue storie?

Nel (poco) tempo libero che mi resta dopo il lavoro e le ricerche che svolgo tuttora in campo lessicografico mi diletto nello scrivere racconti. Sempre nel 2009 pubblicai anche una raccolta di racconti umoristici con argomento Cina, sotto pseudonimo che non rivelerò nemmeno sotto tortura … Tuttavia non mi definirei “scrittore”: c’è ancora molta strada da fare. Quello che scrivo è (o vorrebbe essere) soprattutto di carattere umoristico e, quando riguarda l’Oriente, osserva gli occidentali che in Oriente ci vanno più che l’Oriente stesso.

Domanda di rito, qui a Penne d’Oriente: quali sono i tuoi libri e autori orientali preferiti, e che consiglieresti ai miei lettori?

Per motivi professionali e di vita purtroppo da qualche anno leggo poca narrativa e prediligo, invece, la saggistica. Soprattutto riguardo i sistemi di scrittura e i relativi apparati tecnici connessi alla evoluzione di quei sistemi. Tra gli autori giapponesi, comunque, il mio preferito assoluto resta il buon vecchio Tanizaki (praticamente tutto) di cui adoro gli intrecci e la sapienza nella costruzione della storia.

Quali sono i tuoi progetti artistici per il futuro?

Da bravo workaholic sto lavorando senza rete a ulteriori sviluppi del materiale del mio dizionario, sia qualitativi sia quantitativi. Vedremo poi cosa succederà …

Grazie per essere stato dei nostri Simone, ti ringrazio di cuore.

Grazie a te, è stato un vero piacere!

Nella speranza che questa intervista vi abbia incuriosito e fatto compagnia…ci vediamo alla prossima recensione! Un abbraccio lettori.

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