Anime

Buongiorno cari lettori 🙂 oggi facciamo una pausa dalle recensioni, vi faccio compagnia con un mio racconto intitolato Anime. Risale a qualche anno fa, ho voluto creare una storia che parlasse di donne, di famiglia, di cibo e di sentimenti. Spero vi piaccia, un abbraccio.

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Wakkanai, Hokkaido
3 febbraio

Masako entrò in cucina. La pentola era già sul fuoco, sentiva il liquido bianco sobbollire, borbottava come un vecchio sdentato.
Si avvicinò e alzò il coperchio, odorò profondamente l’aroma pungente dei funghi e quello delicato dei fagioli di soia. Mescolò con calma due, tre volte e poi ricoprì, avrebbe dovuto cuocere ancora per due ore almeno.
Alzò lo sguardo al sottile orologio da polso che era appartenuto a suo padre e che lei teneva sempre indosso, era ancora presto, avevano iniziato per tempo. Voleva che fosse tutto pronto per la festa, era il suo giorno preferito in tutto l’anno.
Il Setsubun era un giorno di devozione, solo se si aveva tempo e pazienza si poteva preparare il rituale, goderselo con le persone care, scacciar via tutti i cattivi pensieri dell’anno passato. Masako sapeva che il giorno dopo, appena sveglia, si sarebbe sentita purificata, pulita e libera di iniziare un nuovo ciclo, magari con propositi e desideri da realizzare nei mesi futuri.
Aprì la porta sul retro e vide subito che la nonna Hiroe era seduta su uno sgabello a pulire i piselli dentro una grande cesta di vimini, era un regalo di nozze di sessantacinque anni prima e non usava altro per le sue faccende. Raccogliere funghi e bacche, spostare verdure, portare il bucato, era la sua compagna fedele.
La neve circondava il piccolo sgabello, era dappertutto, sulla staccionata di legno, sulla ghiaia, sui rami del nespolo e ricopriva anche le alte conifere oltre il cortile.
Aveva smesso di nevicare da poche ore, dopo quattro giorni e le strade sarebbero rimaste impraticabili per tutta la mattina. Masako si strinse addosso il maglione di lana
e si avvicinò con calma alla donna, per non spaventarla, quando le fu dietro le posò una mano sulla spalla.
“Nonna, non hai freddo?”.
Notò che indossava soltanto la sua vestaglia, aperta su un grembiule marrone e una tuta da casa.
“Freddo o caldo, non c’è differenza. Non è più come una volta” annuì.
La montagna di piselli andava aumentando nella cesta, le dita curve e nodose, ancora forti, sgranavano i baccelli con delicatezza e velocità. Il pollice sgusciava dentro l’antro cavernoso del legume, sputandone fuori i piccoli piselli freddi, l’indice corto teneva ben saldo il baccello.
Masako si ricordava di quando da bambina rimaneva ipnotizzata da quelle mani che si muovevano con agilità, dentro e fuori.
“Vieni dentro nonna”.
“Sì, arrivo” la donna alzò lo sguardo al cielo, bianco come la terra che la circondava “Vai a controllare la bambina” disse.
Era abituata a prestare attenzione alle sensazioni della nonna e annuendo si diresse in casa, infreddolita. Rimase qualche istante a scaldarsi davanti al camino in cucina tendendo l’orecchio ai rumori provenienti dal piano di sopra. Solo silenzio.
Salì la scala con lentezza, era vecchia e il legno scricchiolava ad ogni passo felpato delle pantofole da casa. La porta della cameretta gialla era aperta, quando Masako si sporse sul lettino vide che la bambina aveva gli occhi aperti, era già sveglia.
La prese in braccio, lei strinse i pugni e si stropicciò gli occhi prima di abbandonarsi contro la spalla della madre. Masako le infilò un secondo paio di calze e un maglione di lana allacciato sul davanti, i bottoni erano a forma di piccole rondini bianche.
Tornò in cucina con Ichi, era l’unica stanza calda della casa. La nonna era già rientrata, la cesta colma di piselli sostava davanti alla porta sul retro e la donna era intenta a mescolare la zuppa sul fuoco.
Lei mise la bambina sul seggiolone di legno e le porse un piatto di plastica pieno di biscotti scuri, al cioccolato.
“Sta venendo proprio bene, i fagioli iniziano a sfaldarsi” Hiroe annuì soddisfatta.
“Sì, vedrai che sarà buonissima. Tra mezz’ora se è a buon punto aggiungo il pomodoro e il cavolo, ora li preparo”.
Masako prese un pentolino di latta, lo riempì di latte e lo mise sul fornello più piccolo. Tirò fuori una tazza rosa dal ripiano alto della credenza, tenevano lì stoviglie e bicchieri per evitare che ci arrivasse la bambina.
“Puliranno le strade, arriveranno puntuali” sorrise alla nonna.
“Nona! Nona!”.
Hiroe si avvicinò e la bambina le allungò un biscotto, in mano teneva saldamente il suo. La donna sorrise e scoprì le gengive scavate e spugnose, erano ormai dieci anni che non mangiava più nulla di solido. Ichi si mise a ridere, la nonna le ricordava tanto la sua bambola di plastica.
“Bambina che ride, bambina che vive” disse la nonna e sorrise.
Masako versò il latte nella tazza rosa e lo portò alla bambina, aiutandola a bere a piccoli sorsi. Ichi strinse con forza le manine attorno alla tazza, quando la madre gliela lasciò iniziò a metterci dentro i biscotti, mescolando con il cucchiaio di plastica bianca.

Diverse ore più tardi la pentola di zuppa giaceva, coperta, sopra al fornello spento. Masako pulì il tavolo della cucina dalle briciole e prese il piatto con le fette di pane sottili, posandolo in sala da pranzo.
Il tavolo rotondo era apparecchiato e imbandito. Al centro sostavano, riscaldati da appositi sotto pentole, vitello al forno, maiale al curry, verdure fritte, melanzane e funghi in agrodolce, noodles di gamberi, tofu fritto, granchi ripieni, riso. I piatti per i commensali erano posizionati tutt’intorno, i bicchierini di ceramica tra questi e le pietanze, le bacchette e il tovagliolo sulla destra. Era il servizio buono, lo usavano solo per le feste ed era composto da diciotto posti; Masako quella mattina aveva scelto i sei raffiguranti le costellazioni, in arancio e oro su fondo bianco.
Al centro esatto della tavola una coppa di ghiande, bacche e fiori di ginepro che la nonna aveva composto nell’ultima settimana. Diceva sempre che in tavola dovesse esserci una forza centrale per equilibrare le parti, altrimenti l’umore dei commensali ne sarebbe stato negativamente influenzato.
Nella stanza c’era un tepore piacevole, creato dalla stufetta elettrica che Hiroe aveva acceso un’ora prima per riscaldare l’ambiente.
“Akemi! Zia! Mama!” Ichi aveva il naso schiacciato contro il vetro della porta finestra che dava sul giardino.
Masako la raggiunse a passi piccoli e svelti, sorrise nel vedere la macchina rossa parcheggiare davanti al cancello. Il vialetto che portava alla casa era ancora innevato, non aveva fatto in tempo a pulirlo con la pala, ma si tranquillizzò notando che avevano tutte gli stivali imbottiti ai piedi. Probabilmente in città le strade erano già pulite, lassù invece avrebbero dovuto aspettare l’indomani, a festa finita.
“Nonna, sono qui. Esco”gridò lei verso la scala e poi si rivolse a Ichi “Aspetta qui, da brava. Mamma torna subito”.
La bimba alzò i grandi occhi su di lei e annuì, la faccia tonda sembrava quella della luna, quel giorno invisibile tra le nuvole fitte. Masako infilò sciarpa, stivali e cappello e uscì, andando loro incontro.
Dall’auto uscì una bambina di quattro anni, poco più grande di Ichi, una signora con un pacco tenuto in bilico sul palmo della mano destra e una giovane donna con due grosse borse per mano. Masako gliene prese una e fece da apripista sulla neve, portando tutti in casa.
Hiroe, sulla soglia, aiutò a prendere i cappotti e a spogliare la piccola Akemi. Lei e Ichi corsero subito sul tappeto a giocare con dei cavallini di pezza.
“Nonna, tieni, vi ho portato queste coperte. Quassù fa sempre così freddo!” Yuko sorrise, aprendo le borse.
“Grazie cara, ne avevamo bisogno. Non siamo ancora riuscite a sistemarci del tutto e la neve è arrivata prima del previsto” Hiroe annuì.
“Non si può mai sapere mamma, ormai il tempo non è più quello di una volta!” disse Risa.
Le donne si spostarono in cucina, lasciando sole le bambine e sistemando i dolci portati da Risa su un vassoio di bambù ricoperto da una tovaglietta di raso verde. Erano i dolcetti preferiti di Hiroe e Masako, li avevano comprati apposta in una famosa pasticceria del centro la sera prima, per paura che a causa della neve l’indomani le autorità impedissero il passaggio nella zona centrale.
“Zia avete trovato traffico?” Masako si risolve a Risa, tenendo tra le mani il vassoio.
“No cara, non c’è nessuno in giro” annuì “Si muoveranno tutti più tardi, per raggiungere i templi”.
Si spostarono nuovamente in sala da pranzo, richiamarono le bambine e si accomodarono, ognuna al suo posto.
Risa, Yuko, Akemi, Ichi, Masako ed Hiroe. Le ultime donne della loro famiglia, quattro generazioni, uniche superstiti.
“Mamma mi passi il tofu? Preparo un piattino ad Akemi” disse Yuko.
Risa le passò il piatto di ceramica e si sporse per rivolgersi alla nipotina “Tesoro devi mangiare tutto, oggi è un giorno di festa!”.
Akemi la guardò curiosa “Cos’è un giorno di festa, nonna?”.
Ichi prese a fissarla con curiosità, seduta sul suo seggiolone tra la madre e la cuginetta.
Risa sorrise e si servì il piatto con del granchio ripieno “Un giorno di festa è un giorno diverso dagli altri, in cui succede qualcosa di speciale. Oggi si festeggia l’arrivo della primavera, preghiamo che arrivi presto! E richiamiamo a noi la fortuna, scacciando gli spiriti del Male, per poter ricominciare un nuovo anno in pace e felicità”.
La vecchia Hiroe annuì “Ben detto, figlia” sorrise ad Akemi “Ti piacciono i fagioli cara?”.
La bimba annuì “Sì bisnonna, tanto! La mamma me li fa sempre”.
Yuko sorrise e Masako con lei. Hiroe annuì compiaciuta e continuò.
“Oggi i fagioli diventano magici, hanno il potere di liberarci da tutte le cose cattive. Possiamo farci perdonare le brutte cose che abbiamo fatto l’anno passato”.
“Hai ragione mamma” disse Risa, poi si rivolse alla nipotina “I fagioli ascoltano i nostri desideri oggi!”.
Akemi mangiò qualche boccone di tofu e guardò con attenzione tutti i piatti presenti sul tavolo, poco convinta alzò la chela di un granchio per poi lasciarla ricadere sul piatto.
“E allora perché in questi piatti non ci sono fagioli?” guardò tutte le donne, una ad una.
Ichi la imitò e poi fu distratta da un pisello scivolato sulla tovaglia, lo prese e iniziò a farlo rotolare sulla superficie del suo seggiolone, indirizzandolo con il piccolo indice, ma senza mai schiacciarlo.
“I fagioli si mangiano dopo tesoro. Sono speciali, si prega e si mangiano” disse Risa.
Akemi sembrò soddisfatta della risposta e si zittì, iniziando a prendere le verdure tagliate sottili e fritte in pastella direttamente dal piatto di portata.
A rompere il rinnovato silenzio del pasto fu Yuko, rivolgendosi alla cugina Masako.
“Come ti trovi a vivere qui?” sorrise.
Lei stava per mettere in bocca gli spaghetti, ma li ripose nel piatto, annuendo.
“Bene, non è molto che mi sono trasferita, devo ancora abituarmi ad alcune cose ma Ichi si trova molto bene e il freddo non la disturba” abbassò lo sguardo al piatto e lo riportò sulla cugina “Non me la sentivo di rimanere in città. Sono felice di essere venuta a far compagnia alla nonna”.
Hiroe le sorrise con affetto.
“Sei una brava nipote Masako” le disse Risa.
“Grazie zia, ma non è stato un sacrificio per me” sorrise e riprese gli spaghetti abbandonati con le bacchette.
La nonna si pulì le labbra grinzose in un tovagliolo e guardò Yuko.
“A te come vanno le cose cara? Il lavoro?”.
Intanto Masako intimava alle bambine di rimanere sedute composte e mangiare la carne.
“Bene nonna” Yuko annuì con vigore “Il lavoro è sempre molto impegnativo, sai nell’azienda sono davvero severi, ma grazie all’aiuto della mamma riesco a tenere tutto sotto controllo”.
“Bisogna sempre rimanere uniti e darsi una mano a vicenda in famiglia” sentenziò Hiroe, annuendo.
Nessuno sentì il bisogno di contraddire il suo pensiero, rimaste sole dopo la scomparsa dei mariti e dei fratelli erano abituate a poter contare solo sull’aiuto reciproco in ogni situazione. Le donne si guardarono sorridendo, Risa propose un breve brindisi e i bicchierini tintinnarono colmi di tè nero.
Tutte si misero a mangiare, immerse ognuna nei pensieri, belli e brutti, di cui avrebbero voluto ringraziare o liberarsi. Un quadro con pennellate ampie, solide, di sei donne che avevano vissuto o che ancora dovevano iniziare a imparare. Un affresco di vite semplici e, forse, proprio per questo ricche di gesti e pensieri.
Silenziosa, la neve riprese a scendere fuori dalle grandi finestre e i loro respiri appannarono i vetri, isolandole dal resto del mondo.

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Ichi stringeva con forza le palpebre e teneva le mani giunte al piccolo petto, Hiroe le posò un fagiolo rosso sulla lingua umida e la bimba lo nascose dentro la bocca, masticandolo piano.
La vecchia matriarca fece lo stesso con l’altra pronipote, mentre le due nipoti e la figlia ricevettero il piccolo dono portafortuna sul palmo della mano. Infine fu Risa a mettere un fagiolo tra quelle della madre. Tutte s’inginocchiarono, pregando brevemente per una fortuna sincera per il resto dell’anno.
Hiroe si recò in cucina per prendere la zuppa, prima aprì l’anta della vetrinetta dove teneva riposte le ciotole rituali, le aveva comprate vent’anni prima appositamente per quella festa. Impilò le sei ciotole con il fondo rosso, nel farlo non riuscì ad evitare di lanciare uno sguardo alle altre dieci con il fondo blu, quelle destinate ai maschi della famiglia. Erano impolverate, non le toccava più nessuno dall’ultimo decesso, un anno prima; Hiroe era convinta che lavarle o spostarle avrebbe irretito gli spiriti dei loro uomini, preferiva lasciarli riposare in pace.
Lasciò scivolare via i pensieri negativi e riempì le sei ciotole con amore, sorridendo. Le posizionò con altrettanti cucchiaini su un vassoio di bambù e tornò in sala.
Con un breve ringraziamento porse una ciotola per ciascuna e tenne l’ultima per sé, ritornando sul tappeto a fianco della figlia. Iniziarono a mangiare, l’anziana le osservò una per una, le sue femmine, il presente e il futuro della sua famiglia.
Ormai conosceva le abitudini di tutte. Ichi e Akemi mettevano in bocca tre o quattro fagioli alla volta, masticando rumorosamente e sporcandosi le labbra. Masako beveva prima la salsa di cui erano imbevuti i fagioli, lasciandoli asciutti e mangiandoli per ultimi. Yuko metteva in bocca un fagiolo alla volta, assaporandolo con lentezza, era sempre l’ultima a finire. Risa infilava in bocca cucchiaiate generose, imbevendo la lingua di salsa. Hiroe mangiò con calma, assaporando tutti i sapori della zuppa e ringraziando, ad ogni cucchiaio, per ogni soddisfazione che aveva avuto nella sua lunga vita. E anche per ogni dispiacere, era giusto così.
“Facciamo i fagioli bruciati!!” gridò Akemi, finita la sua ciotola.
Ichi si alzò in piedi, saltellando “Buciati!”.
Le donne scoppiarono a ridere, solo Yuko si coprì la bocca con la mano, aveva ancora un boccone da finire.
“Abbrustoliti, non bruciati bambine!” Masako scosse la testa.
“Dai dai facciamoli!” Akemi prese per mano Ichi e iniziarono a girare in tondo saltando.
“Non nevica più, meglio sbrigarsi prima che venga buio” disse Risa, alzandosi “Inizio a preparare la griglia fuori”.
Si mise sciarpa, cappotto e stivali da neve prima di passare dalla cucina per dirigersi al cortile sul retro. Masako in mattinata aveva già portato fuori la piccola griglia sotto la tettoia, la carbonella già pronta.
“Bambine vestitevi prima di uscire e prendere le candele” disse Hiroe.
Yuko le aiutò a prepararsi e le mandò fuori a giocare con la neve, Masako si vestì e portò fuori un piatto di fagioli e dei pezzi di stagnola per cuocerli.
“Nonna io esco, siamo tutte fuori!” gridò lei dalla veranda, poi richiuse la porta dietro di sé.
Il cortile era uno spettacolo surreale, come immerso in un foglio bianco con appena qualche tratto di matita nera a smussarne l’effetto accecante.
“Che bella la neve” disse sottovoce Masako.
Risa era intenta a sventolare la griglia per attizzare il fuoco, incurvata sul piccolo aggeggio sembrava una di quelle vecchie che cuociono caldarroste lungo le strade giù in città, le cui dita curve sanno di fuliggine e calore. Le bambine erano in un angolo vicino allo steccato, Ichi accovacciata come quando si sedeva sul vasino, era intenta a formare una grande palla con la neve che però le si scioglieva tra i guanti caldi. Akemi, a pochi passi, puliva i fiori del nespolo dai fiocchi bianchi che li avevano ricoperti.
Masako si soffermò su di lei qualche istante in più, aveva le dita delicate e lo si notava nonostante i pesanti guanti gialli che portava, sfiorava i minuscoli petali senza farne cadere neanche uno. Sembrava sussurrare qualcosa ai fiori, lo faceva spesso, Akemi era una bambina speciale, come la bisnonna.
Le candele erano già impilate su una vecchia cassetta di frutta ed erano state accese, grossi ceri bianchi e rossi. Le fiammelle si muovevano appena con il vento.
Masako si strinse il cappotto addosso, il cappello calato sulla testa le schiacciava la frangia nera contro la fronte, offuscandole appena la visuale. Devo tagliarla, pensò, ma subito venne distratta da Yuko alla sua destra.
Seduta sullo sgabello della bisnonna stava facendo dei cigni di carta da dare alle bambine. Li avrebbero usati per esprimere i desideri e poi li avrebbero fatti volare come piccole lanterne infuocate, era una tradizione di famiglia che aveva inventato Akemi l’anno prima. Le bambine ci erano affezionate.
Masako osservò le sottili dita bianche di Yuko ammansire la carta rosa come fosse creta. Era completamente concentrata nel suo lavoro, quasi come se fosse in un altro luogo, nemmeno il fiato appena oltre le sue labbra si condensava.
Attraversò il cortile con calma, infilando le mani nelle tasche del giaccone. Il cielo era ancora terso e carico di neve.
Arrivò allo steccato di legno, era stato suo padre a fissare i pali nel terreno morbido e l’aveva poi dipinto di verde scuro. Oltre si apriva una stradina sterrata e il bosco, sempre più fitto fin dove arrivava lo sguardo.
Si fermò a lungo a guardare lontano e anche oltre, con l’immaginazione. Un vago senso di pace la avvolse, cullandola con la dolce sensazione di avere tutto e di non voler possedere nulla. Anche se quello fosse stato il suo ultimo giorno, aveva il cuore leggero e sereno.
Si voltò a guardare le altre, anche la bisnonna era uscita ed era in piedi sugli scalini della veranda. Provò la forte sensazione che le loro anime fossero fuse in un unico spirito, come se un filo rosso sospeso sopra di loro le unisse tutte fino ad arrivare a sua figlia, la più indifesa. Si sentì piena, colma di soddisfazione e con questa emozione nel petto tornò da loro.
Sentiva già l’aroma pungente dei fagioli abbrustoliti.
Le chiome degli alberi vennero smosse da un alito di vento freddo, Masako vide alcuni aghi di pino disperdersi verso ovest.

Una famiglia di anatre mandarine sorvolò lentamente una porzione di sottobosco, andando a planare sulla strada sterrata che affiancava la casa. Un imponente maschio dalla caratteristica livrea arancione, nera e bianca, una femmina grigia e bianca e sei anatroccoli appena cresciuti.
La strada sterrata, seguendola per alcuni chilometri, portava ad un torrente ed era lì che erano dirette. Passando silenziose di fianco alla staccionata di legno che il padre di Masako aveva costruito, videro sei donne di altezze assai diverse. Erano riunite in un unico punto vicino alla casa e dalle loro mani si alzarono nell’aria due piccoli oggetti leggeri, volarono bassi per qualche istante prima di consumarsi oltre lo steccato. Planarono poco sopra le teste piumate, gli anatroccoli emisero versi acuti.
I due adulti, vicini, lasciarono scivolare lo sguardo oltre le figure umane, grandi esseri su uno sfondo bianco. Con una spinta ai piccoli ripresero la loro marcia verso casa, si allontanarono lungo il sentiero, sfiorando con le zampe gialle il manto di neve.
Le bambine furono le prime ad avvistare le anatre e le indicarono con gioia, Hiroe fece qualche passo verso la staccionata per osservarle meglio. La loro andatura dondolante le ricordò d’improvviso la sua giovinezza, quando appena sposata vedeva ogni giorno le anatre mandarine attraversare il suo cortile per farle compagnia. A volte si fermavano a becchettare qualche chicco di riso, suo marito adorava averle vicine, diceva che erano ambasciatrici di buona sorte.
Hiroe sentì l’aria fredda accarezzarle il collo nudo, chiuse gli occhi sulla visione di quelle piume e sorrise. Avrebbero avuto un anno fortunato.

Serena Lavezzi

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5 pensieri su “Anime

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