Alla scoperta del Giappone, con il traduttore Gianluca Coci.

Buongiorno cari lettori! Oggi vi propongo un’intervista a cui tengo particolarmente. Con uno dei maggiori traduttori italiani dal giapponese, Gianluca Coci, scopriamo il mondo affascinante e misterioso delle traduzioni e degli scrittori nipponici.

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È da anni che conosco il nome di Gianluca Coci, anche se lui ha appena scoperto chi io sia. Lo leggevo sulle prime pagine dei romanzi che ho letto nel corso di tutta la vita. Allora un bel giorno, dietro suggerimento di un caro lettore, ho provato a contattarlo per questa intervista. Dall’altra parte della chat ho trovato una persona squisita, gentile, molto disponibile, umile e appassionata del suo lavoro. Mi sono quasi sentita in compagnia di un amico e così voglio riproporvi la bella chiacchierata che abbiamo fatto. Oggi su Penne d’Oriente parliamo di traduzione, letteratura e Giappone!

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Veduta del Monte Fuji – Utagawa Kuniyoshi

Benvenuto su Penne d’Oriente, è un piacere averla qui. Iniziamo dalla sua passione per il Giappone. Quando e come nasce?

In fase embrionale, direi quando frequentavo le elementari, a metà anni Settanta… Al mattino, prima di andare a scuola, guardavo Jeeg Robot, il Grande Mazinga, Goldrake e altri anime (erano gli anni della prima grande invasione dei cartoni animati giapponesi), come la maggior parte dei miei compagni di classe, e poi ci divertivamo a raccontarci a vicenda ogni singolo episodio e a riprodurre le avvincenti battaglie dei nostri eroi-robot, costruendo rudimentali armi di cartone e urlandone i nomi a squarciagola: alabarda spaziale! Doppio maglio perforante! Raggi fotonici!… Per la gioia delle maestre, ha-ha-ha! La passione autentica per il Giappone e la sua cultura è nata grazie al mio interesse per la letteratura in genere e la traduzione nel corso degli ultimi anni di liceo, quando mi dilettavo a tradurre canzoni e poesie dall’inglese e dal francese e per caso mi capitò di leggere alcuni capolavori di Tanizaki e Kawabata (di tanto in tanto andavo in libreria con due o tre compagni di classe e sceglievamo insieme i tascabili da leggere e scambiarci). Infine, la passione è scoppiata in modo devastante quando mi sono iscritto all’Orientale di Napoli, autentico paradiso esotico per gli amanti delle culture altre, dove ho avuto la fortuna di studiare e prepararmi per il mio “viaggio” in Giappone, durato sette anni, tra i più belli e intensi della mia vita.

Una pura curiosità. So che ha abitato a Tokyo per un certo periodo, durante gli studi. Come sono le librerie laggiù?

Fino a una ventina d’anni fa il gap con le nostre librerie era notevole e sembrava di trovarsi, ancora più di oggi, in un mondo perfetto fatto di libri e cultura. Comunque ancora adesso entrare da Kinokuniya a Shinjuku, da Junkudō a Ikebukuro o in altre grandi librerie è un’esperienza straordinaria, ci sono vari piani tutti da scoprire e in cui sostare anche per molte ore. Fantastiche sono anche le librerie dell’usato, tutt’altra atmosfera, altri colori e odori di antico. A Jinbōchō ci si può perdere, in quel labirinto di piccole librerie stipate di migliaia di volumi usati di ogni tipo e valore. E lo stesso vale anche per Waseda-dōri, la via che collega Takadanobaba alla zona dell’università di Waseda, dove ci sono soprattutto librerie dell’usato specializzate in letteratura. Purtroppo, per via della recente crisi e del calo nel numero dei lettori, queste ultime sono in drastica diminuzione e in alcuni casi praticano orari ridotti, restando aperte solo poche ore al giorno. Bisognerebbe escogitare nuovi metodi per invogliare alla lettura, anche in un paese come il Giappone dove, rispetto a tanti altri posti, si legge ancora abbastanza.

La traduzione letteraria è un mondo a sé, poco conosciuto, ma che incuriosisce moltissimo lettori e scrittori. Ci può dare un’idea di come il funziona processo di traduzione?

Tradurre un libro è ogni volta un’avventura diversa, un po’ come quei film fantasy in cui il ragazzino protagonista si ritrova catapultato in una dimensione magica e deve fronteggiare mille difficoltà e superare numerose prove. Il giapponese, come il cinese, l’arabo e altre lingue lontane dalla nostra, non è certamente facile da tradurre. Il processo di riscrittura è notevole: bisogna assimilare la muraglia di caratteri cui ci si trova di fronte pagina dopo pagina, abbatterla e ricostruire un nuovo edificio che stia bene in piedi nella lingua d’arrivo ma che conservi dentro di sé le atmosfere, i suoni e i sapori della lingua di partenza. È un mondo affascinante, avvincente. Per abitarlo occorre conoscere molto bene il paese, la cultura e la lingua da tradurre, ma anche la lingua in cui tradurre, è ovvio. Servono molti anni di studio e anche di “esperienza sul campo”, oltre che grande passione e spirito di sacrificio.

Quale è stato il testo da tradurre con cui ha trovato più difficoltà, e perché?

Prima di tutto devo dire che non c’è mai un testo facile da tradurre, i testi apparentemente meno difficili possono nascondere trappole molto pericolose, soprattutto per quanto riguarda la resa in italiano. Così, su due piedi, ricordo come “avventure” particolarmente ostiche (ma al contempo come sfide avvincenti) per esempio Sayonara, gangsters di Takahashi Gen’ichirō, forse il romanzo giapponese postmodernista per antonomasia, ricco di mirabolanti e fantastiche citazioni da romanzi, poesie, film, fumetti e quant’altro di ogni epoca e provenienza; o anche Morte di un maestro del Tè di Inoue Yasushi, per lo stile classicheggiante e i continui riferimenti alla Storia e alla Via del Tè. Molto difficili da tradurre sono i romanzi del premio Nobel Ōe Kenzaburō, scrittore che possiede uno stile e un linguaggio davvero peculiari, tant’è che in patria si usa spesso dire che Ōe non scrive in giapponese bensì in “Ōego”, ovvero “lingua Ōe”! Parlando di Ōe Kenzaburō e del mio rapporto con la traduzione, devo dire che durante l’anno circa che mi è servito per tradurre Il salto mortale, romanzo di mille pagine, ho rischiato di perdere il sonno, anche perché è stato uno dei primi libri che ho tradotto… Ah, anche Furukawa Hideo è molto ostico, uno degli autori più bravi e difficili da tradurre della generazione post-murakamiana.

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Kanji. Grande dizionario giapponese – italiano dei caratteri, Zanichelli, 2015

Le è mai capitato di incontrare scrittori che ha poi tradotto per noi? Se sì, chi erano e quale incontro le è rimasto più caro?

Sì, ho incontrato diverse volte molti degli autori che traduco e con tutti loro ho un bellissimo rapporto. È importante per un traduttore conoscere bene gli scrittori, poter “sentire” la loro voce e le loro emozioni quando si leggono i libri, poterli contattare quando ci si imbatte in passaggi particolarmente complessi. Ricordo con estremo piacere un viaggio in Svizzera in compagnia di Taguchi Randy, una notte al karaoke a Tokyo e lunghe passeggiate per i vicoli di Napoli insieme a Kirino Natsuo e ad alcuni editor giapponesi, la gentilezza di Furukawa Hideo nel farmi visitare i luoghi di Tokyo in cui è ambientato Tokyo Soundtrack, le conversazioni a base di rock e anni Sessanta con Abe Kazushige, la dolcezza di Ogawa Ito, la voce cavernosa e gli scambi di fax con il grande Ōe Kenzaburō (ultimo scrittore giapponese a non fare uso né del pc né dell’e-mail)…

Cosa ne pensa dello stile di scrittura degli autori nipponici? Li trova tutti differenti o secondo lei esiste un filo comune che li unisce?

Ogni scrittore rappresenta un mondo a sé, un microcosmo tutto da esplorare… Naturalmente, negli scrittori giapponesi si ritrovano per esempio l’amore per le descrizioni, la delicatezza estrema, il piacere del “non detto” e così via. Alcuni scrittori giapponesi delle ultime generazioni, soprattutto molti di quelli che ho il piacere di tradurre, hanno in comune un certo background culturale mutuato dall’Europa e soprattutto dagli USA (cinema, musica rock, sottoculture varie ecc.) e ovviamente i natali nipponici: questo ha creato un mix “pop” esplosivo che li rende molto piacevoli da leggere anche qui da noi – a differenza, per esempio, di autori di altri paesi asiatici molto più impenetrabili per il lettore occidentale. Penso a Murakami Ryū, Abe Kazushige, Furukawa Hideo, Takahashi Gen’ichirō ecc.

So che non si occupa solo di traduzioni, ma è anche direttore della collana editoriale Asiasphere della casa editrice Atmosphere libri. Ha voglia di parlarcene?

La traduzione letteraria è una parte del mio mondo/lavoro, un unicum in cui occupa un posto molto importante anche l’insegnamento. Ho la fortuna e il piacere di insegnare Lingua e letteratura giapponese all’Università di Torino e ho molti studenti bravi e appassionati, che spero possano trovare buoni sbocchi lavorativi in Giappone o altrove. Poi – si tratta di un altro tassello del mio mondo/lavoro e non di un’attività a sé stante – sono direttore della collana di narrative dell’Asia orientale e del Sudest asiatico “Asiasphere”, che ho fondato circa cinque anni fa presso la casa editrice romana Atmosphere libri, alla quale va il merito di aver creduto nel mio progetto. Grazie alla collaborazione di colleghi ed esperti di varie letterature asiatiche, che fanno parte del comitato scientifico della collana, sto cercando di proporre o riproporre ai lettori italiani testi e autori ingiustamente trascurati e di indubbio valore. Abbiamo pubblicato a oggi circa trenta volumi e ne abbiamo in preparazione molti altri, tra cui testi di Murakami Ryū, Mishima Yukio, Dazai Osamu e altri scrittori di prima grandezza. Tra le peculiarità della collana, ci tengo a sottolineare la traduzione sempre dalla lingua originale e la presenza imprescindibile di una postfazione. Per saperne di più vi invito a dare un’occhiata al sito della casa editrice: www.atmospherelibri.it.

Quali sono i suoi futuri progetti?
Tantissimi, come sempre! Mi limito a citarne qualcuno: sto lavorando alla traduzione di uno dei miei romanzi giapponesi preferiti, 69 di Murakami Ryū, che dovrebbe approdare nelle librerie a metà 2019. Poi un libro dedicato al teatro di Abe Kōbō, comprendente una parte teorica e una parte antologica. La traduzione dei romanzi di Kawakami Mieko, una delle grandi promesse della nuova letteratura giapponese. E ovviamente un paio di viaggetti in Giappone, che non guastano mai.

La ringrazio di cuore per essere stato qui con me, e i miei lettori, su Penne d’Oriente.

Grazie mille a tutti voi, è bello condividere la vostra passione per il Giappone e la letteratura giapponese.

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Cari lettori, spero che l’intervista vi abbia fatto un’ottima compagnia. Per quanto mi riguarda leggerla la prima volta, ma non solo, è stato come entrare in un mondo fantastico, quasi da sogno. Potete immaginare cosa significhi immaginare una passeggiata con Natsuo Kirino o una chiacchierata con Abe Kazushige… qualcosa che ha il sapore della fantascienza, dell’incredibile e del meraviglioso. 🙂 Sicuramente una delle interviste che mi rimarrà più nel cuore e che spero sia piaciuta anche a voi. Alla prossima recensione!

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