Moshi Moshi di Banana Yoshimoto

Buon sabato lettori! Oggi parliamo di una delle scrittrici giapponesi più famose nel nostro paese, Banana Yoshimoto e del suo romanzo Moshi Moshi.

Intanto partiamo dal titolo, Moshi Moshi in giapponese equivale al nostro Pronto quando rispondiamo al telefono. Nel titolo originale c’è anche una terza parola, il nome del quartiere in cui si svolge la storia. Un richiamo diretto alla svolta nella vita della protagonista, infatti un nuovo capitolo della sua esistenza comincia proprio da qui.

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Shimokitazawa, Tokyo

Yoshie, dopo il suicidio ambiguo del padre, decide di trasferirsi in un nuovo appartamento a Shimokitazawa. Si tratta di un quartiere della capitale, famoso per essere lontano dal caotico centro cittadino, è formato da stradine perdonali, piccoli negozi, ristoranti. Spera che in questa nuova dimensione riuscirà a superare la confusione e il dolore per l’improvvisa dipartita del genitore. Lavora in un ristorante, dopo aver frequentato la scuola di cucina e cerca, giorno per giorno, di ricostruire la propria serenità. L’intento viene bruscamente incrinato dall’arrivo improvviso di sua madre, che decide di punto in bianco di trasferirsi nel suo piccolo appartamento. La scomparsa del marito, morto con la sua amante in quello che sembra un doppio suicidio d’amore, l’ha profondamente segnata e non se la sente di rimanere sola nella grande casa. Quella visita inaspettata si trasforma presto in un soggiorno prolungato e la donna mette a soqquadro le abitudini della figlia. Entrambe, insieme, dovranno cercare di superare una perdita da una parte e una nuova vita dall’altra. Yoshie tenterà di ritrovare il suo ruolo, all’interno del bistrot dove lavora, con le amiche e con il fidanzato. Insieme a lei, la madre dovrà ripercorrere la strada dei ricordi per trovare una vita d’uscita inedita, insperata ma ormai necessaria.

A questo libro tengo in modo particolare tra i moltissimi che ho letto della Yoshimoto. Questo perché parla del rapporto tra madre e figlia, e specialmente perché me lo regalò mia mamma per il mio compleanno del 2012. Questo connubio di circostanze fa sì che mi sia molto caro. La genialità dell’autrice, in questo romanzo, è il sapere riflettere con grande maestria e veridicità il rapporto spesso altalenante che c’è tra due donne che convivono. A maggior ragione se si tratta di una madre e di sua figlia. In questo caso l’essere sempre a stretto contatto e dover forzatamente condividere spazi, oggetti, pensieri, richiede pazienza e amore. Due emozioni che sono il fondamento dei rapporti umani, secondo me. La Yoshimoto riesce a rendere alla perfezione questa relazione, fatta di silenzio, di parole di troppo, di momenti affettuosi ma anche della ricerca di privacy, di scontri e di comprensione. Una situazione in continuo divenire, che non smette mai di evolversi.

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Di Banana Yoshimoto ho sempre amato lo stile leggiadro, spensierato, malinconico ma positivo. Le sue storie raccontano le vite di persone comuni, i loro sentimenti, le angosce, le prospettive, i desideri e le delusioni. I suoi libri racchiudono tutta l’umanità. Ci si può sempre ritrovare, se non in tutti almeno in qualcuno e questa è la sua forza e particolarità. Coinvolgendo la natura stessa dell’uomo si ritrovano nei suoi libri tutti gli aspetti della vita, sia quelli belli che quelli tragici. Consiglio questo libro a chi vuole leggere un Giappone limpido e di grande bellezza, vi troverete di fronte a una genuina semplicità. Buona lettura!

Ma quel periodo spensierato durò poco. Un giorno mia madre mi capitò in casa all’improvviso. Fu un pomeriggio che l’estate torrida sembrava aver allentato tutt’a un tratto la presa, e il cielo si era fatto lontano. Il vento era diventato freddo, e pioveva a piccole gocce, come quando si è prossimi all’autunno.

Terminato il turno del pranzo, ero tornata a casa per una piccola pausa. Mia madre mi chiamò sul cellulare e disse che in quel momento si trovava a Shimokitazawa. Non era infrequente che mi venisse a trovare, per cui le dissi, come sempre: “Sono in casa. Ci prendiamo un tè?”. Si presentò con alcuni sacchetti di carta e una grande borsa modello Birkin di Hermes, bella piena. Mi disse: “Yocchan, io da sola, in quella casa, proprio non ci voglio stare. Posso restare a dormire da te? Solo per qualche tempo”.

In cuor mio pensai che era davvero una seccatura, ma riuscii a non farlo trapelare dall’espressione. Mi trattenni pensando che anche per mia madre era stato un periodo difficile. Avevamo dentro anche una grande confusione, ed era difficile esprimerla a parole.

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Autrice: Banana Yoshimoto (Classe 1964, Tokyo)

Titolo: Moshi Moshi

Anno: 2010

Casa editrice: Feltrinelli

Traduttore: Gala Maria Follaco

Prima edizione italiana: 2012

N. Pagine: 206

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5 pensieri su “Moshi Moshi di Banana Yoshimoto

  1. Mi e’ venuta una voglia di leggerlo! E una nostalgia, quando ho letto dal tuo articolo che i protagonisti si trasferiscono a Shimokita! Ho vissuto in quel quartiere un paio di settimane: decisamente uno dei miei, se non il mio quartiere preferito di tutta Tokyo! 🙂
    Dal momento che hai commentato il titolo, ho pensato che potesse interessare a te e magari ai tuoi lettori l’origine della parola moshi moshi, che come hai detto si usa per rispondere al telefono oggi. Per quanto ne so, nel passato c’era una persona che creava le connessioni telefoniche (una specie di centralina che indirizzava la chiamata, diretta da qualcuno) e il lavoratore comunicava, a chi stava richiedendo la chiamata, che avrebbe effettuato la connessione a breve, con le parole: “shimasu, shimasu” (faccio, faccio). Siccome era troppo lungo da pronunciare, col passare degli anni si e’ trasformato ed e’ diventato ‘moshi moshi’ 🙂 Just a head up for you 🙂 Thank you for your brilliant article! I have my literature exam this coming Monday so I will be thinking loads about your articles!

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