Buon ultimo giorno dell’anno lettori! Venite con me, oggi vi parlerò di un libro che contiene due racconti coreani. Qualche aggettivo per descriverli? Visionari, paradossali, nostalgici. Anche questa volta Yi Ch’ongjun dà vita a un mondo evanescente, che sembra apparire e scomparire davanti ai nostri occhi. Crea per noi l’illusione di gesti, parole e sentimenti.

Vi avevo già parlato di questo autore (Interno coreano con sequestro di Yi Ch’ongjun ), se avete avuto occasione di leggere qualche sua opera saprete quanto è vasta la sua capacità di stravolgere la normalità, le situazioni quotidiane e trasformarle in eventi avvolti da una fitta nebbia di dettagli e sensazioni. Quanto più i suoi personaggi appaiono statici, quanto più in realtà sono in continua mutazione all’interno della storia. Ci sembra quasi impossibile che smettano di vivere appena noi chiudiamo il libro, ci augureremmo che non fosse così. Yi prepara per i nostri sensi una vera e propria realtà fittizia e riesce a trasportarci lontano, in un luogo che forse esiste e forse no. La magia è che non ci importa.

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Il primo racconto di questa breve raccolta s’intitola Il profeta. La vicenda si svolge in un luogo davvero particolare, e strambo: un night club dove la nuova proprietaria dà il via a una pratica fuori dal comune. I suoi clienti infatti devono indossare delle maschere per coprire il viso, e lo stesso vale per chiunque lavori nel locale. In questo modo inizia a crearsi una sorta di comunità dai rapporti idilliaci, in cui tutti si sentono liberi di esprimersi al meglio perché non riconosciuti e di conseguenza mai giudicati. Diventano altri, esseri completamente nuovi con atteggiamenti e pensieri inediti. Questa mancanza di pregiudizio crea un paravento sociale, dietro cui tutti i clienti del locale Ape Regina possono muoversi con libertà totale di movimento, ma soprattutto di pensiero. In mezzo a queste maschere spicca la figura del profeta, famoso per predire il futuro ai clienti e collezionare pietre e sassi. Unico a rendersi conto che il vero scopo della signora Hong, la nuova proprietaria, non è quello di liberare i suoi clienti, ma anzi di imprigionarli e sottometterli. Davanti ai nostri occhi la realtà muta e lentamente scopriamo che ogni maschera ha una posizione gerarchica e che questo universo per nessun dettaglio differisce dalla normale società che esiste appena fuori dalle porte del night club. Tanto si è sottomessi fuori, quanto dentro. Solo il profeta deciderà, dopo una delle sue ultime predizioni, di contrastare la sete di dominio della signora Hong. Come ci riuscirà? A voi il compito, non facile, di seguire Yi Ch’ongjun in questa breve ma densa storia.

 

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Secondo racconto, quello che mi è piaciuto di più, porta il titolo di L’isola di Io. La storia inizia con il suicidio del giornalista Ch’on Nam-sok, che era alla ricerca della misteriosa isola di Io. Quest’ultima aleggia come un miraggio sulla vita degli abitanti di Cheju, controparte gemella ma reale. L’ufficiale di marina Son U-hyon si ritrova a dover investigare su questo atto tragico e verrà così a conoscenza della leggenda di Io. Isola di fantasia o luogo materiale? La storia vuole che chi riesca a vederla sarà anche destinato ad andarci un giorno. Si tratta del posto in cui si recano i defunti per esistere in pace come spiriti? O piuttosto di una terra maledetta, che uccide chiunque riesca a scorgerne i confini? O ancora, di un mito creato dagli uomini per continuare a sognare a occhi aperti? Conoscendo gli abitanti di Cheju scopriamo mille modi diversi di guardare e di pensare all’isola di Io. Per alcuni speranza, per altri monito.

Pare che la leggenda esista davvero a Cheju, isola vulcanica a ottanta chilometri dalla costa coreana verso sud-ovest. E’ lo stesso Yi Ch’ongjun a raccontarcelo alla fine del racconto. Per i pescatori del luogo Io è l’isola utopica, il luogo perfetto dove riscattare le sofferenze di una vita di fatica, sempre in balia del mare. Come ogni aspetto della natura umana anche questa visione idilliaca nasconde il rovescio della medaglia: l’isola è anche il luogo del riposo estremo per quei pescatori che periscono in barca. La profonda dualità della vita si rispecchia in questo mito coreano, che lo scrittore ci riporta fedelmente.

Leggere Yi Ch’ongjun è un’esperienza totale. Come lui stesso ammette i suoi scritti pongono delle domande al lettore (e proprio per questo, aggiunge, risultano interessanti) e non donano risposte certe. In questo si rileva la sua grande capacità di coinvolgere la persona dall’altra parte del libro, è uno dei motivi per cui mi piace questo scrittore. Si distingue completamente dagli altri, la sua scrittura pretende un’attenzione studiata da parte del lettore, che non è solo spettatore silenzioso. Consigliato per chi vuole esplorare uno stile particolare, esotico e illusionistico.

“Certamente! Non perché sia di vostra conoscenza, ma le Operazioni hanno confermato in modo eclatante che in questo mondo non esiste un’isola di nome Io. E poi, che quella sera il reporter Ch’on fosse disperato può persino essere vero, ma l’effettiva ragione della sua disperazione potrebbe stare non nel mancato ritrovamento dell’isola, bensì nell’averla trovata!”.

 

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Autore: Yi Ch’ongjun (1939-2008, Jangheung-Seul, Corea del Sud)

Titolo: Enigmi coreani

Casa editrice: ObarraO edizioni

Prima edizione italiana: 2004

N. pagine: 163